Datemi del cioccolato!!!

ciccolato fusoRicercatori britannici hanno scoperto che un sorriso può generare lo stesso livello di stimolazione cerebrale di 2.000 barrette di cioccolato.

Allora mi chiedo perché, in una fredda e nevosa serata di fine febbraio, assalita da un desiderio irrefrenabile di cioccolato, non avendo in casa neanche un po’ di cacao per farmi una bella cioccolata in tazza, ho provato a sorridere per un’ora, SENZA averne assolutamente la stessa gratificazione!?

Un’altra ricerca, riferita dallo stesso relatore, avrebbe evidenziato che dall’ampiezza del sorriso nelle foto di figurine dei giocatori di baseball degli anni cinquanta si poteva prevedere la lunghezza della loro vita. I giocatori che non sorridevano nelle foto hanno vissuto mediamente 7 anni in meno di quelli che sorridevano.

A questo punto, visto che la voglia di cioccolato non passa e considerando che io ho sempre sorriso pochissimo nelle foto, sin da piccola, ho deciso di mandare a spendere i ricercatori.
Se poi riesco a metterci qualche sorriso in più ogni tanto, male non mi farà!

Post 29 di 30 – voglio un po’ di cioccolato!!!!!!!!!!!!!!!!!

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Namastè

Oggi torno a parlare di viaggi, prendendo spunto dall’ultimo post apparso su ONDE SU ONDE, in cui Claudio racconta di essersi trovato involontariamente a violare la privacy di un gruppo di donne KUNA, quando arrivò inaspettatamente in canoa dietro all’ansa del fiume dove le donne stavano facendo abluzioni, credendosi al riparo di occhi indiscreti. L’aneddoto mi ha subito richiamato alla memoria qualcosa di simile accaduto durante il mio primo “GRANDE VIAGGIO”, l’avventura delle avventure, o quella che io credevo sarebbe stata tale, cioè la “spedizione” fluvilale in Nepal a cui partecipai nel 1991, insieme ad un gruppo di canoisti bolognesi.

Il programma prevede alcuni giorni di cammino, con partenza da Hille, per raggiungere il punto in cui ci imbarcheremo per la discesa del fiume ARUN. Arrivati al posto del primo accampamento serale, in una bella radura in mezzo a un bosco a 2000 metri di quota, mi guardo intorno per individuare un posto tranquillo in cui appartarmi per espletare i miei bisogni. Fra l’altro, questa ricerca diventerà una costante di tutto il viaggio, considerando che sono l’unica donna del gruppo e uno dei portatori deve aver ricevuto ordine di non perdermi di vista durante il tragitto, così che faccio fatica a liberarmene. campo a HilleMa qui il problema non si è ancora posto. Tutti gli altri sono indaffarati ad attrezzare il campo e preparare il materiale che dovrà essere caricato domani, dunque mi dirigo con calma dove il bosco è più fitto e presto individuo l’angolo perfetto. O così mi illudo che sia! Invece, dopo qualche attimo, mentre sono accovacciata con le braghe calate alle caviglie, sento un coro di vocine che dice: “Namastè” e, alzando gli occhi, mi trovo parati davanti una decina almeno di bimbi e bimbe che, con le mani giunte e un inchino del capo, mi omaggiano del tipico saluto locale. Nei loro occhi non vedo alcun imbarazzo, forse perché tutto quello disponibile è nei miei di occhi! Non so cosa fare, mi pare che tirarmi su e intraprendere l’operazione di pulizia necessaria a rivestirmi non faccia che peggiorare la situazione. Quindi resto accovacciata e ricambio con un vigoroso “Namastè” a mani giunte, sperando che ne agevoli l’allontanamento.

Non so dirvi se in realtà la cosa abbia sortito l’effetto voluto, perché ancora oggi nella memoria l’allegro gruppetto è rimasto fermo a guardarmi per un tempo interminabile. bimbi nepalesi in divisaNon si è mai capito da dove fosserso sbucati e anche questo lo ricordo come elemento ricorrente in tutto il viaggio: la comparsa improvvisa, apparentemente dal nulla, di frotte persone, per lo più bambini, anche dove non sembravano esserci villaggi o abitazioni di alcun genere.

Aneddoto a parte, quella dei volti sorridenti dei bambini nepalesi è una delle immagini che più mi è rimasta nel cuore.

Post 12 di 30 – questa volta in tema!

Di sorrisi, viaggi e buoni propositi

Vorrei vedervi sorridere, in strada, sull’autobus, nell’auto in coda al semaforo. Guardandovi mi domanderei cosa avrete mai da essere felici e forse riscoprirei che anch’io ho più di una ragione per esserlo, anche se me ne dimentico troppo spesso.
Come mi dimentico che posso rivolgervi la parola anche se siamo estranei, sorridervi anche se non sapete perché, raccontarvi di me anche se forse non vi interessa, ascoltarvi con la curiosità di chi vuole conoscere.
E’ quello che succede quando sono lontana da casa, da qualche parte nel mondo, dove si parla un’altra lingua e ogni sera poggio la testa in un posto diverso.
E’ quello che cerco di portare con me da ogni viaggio e ogni volta mi sembra di esserci riuscita, fino a quando mi accorgo che invece il tempo va diradando i sorrisi, rendendo più difficile il contatto e trasformandomi in un’estranea quanto più l’ambiente circostante mi risulta familiare. Anche se ne intravedo le ragioni, non capirò mai del tutto perché mi succede e mi pare che l’unico modo che ho per reagire sia di continuare a viaggiare. Dove, come e quando, ancora non so. Però posso tentare di fare per una volta il percorso contrario, cominciare a sorridere e vedere l’effetto che fa. E’ il mio regalo per queste feste. A me stessa e a tutti quelli che incontro per strada, con la speranza che possa essere contagioso.

smile