Sospensione

Ogni tanto mi manca la sospensione temporale che si crea in viaggio durante gli spostamenti più lunghi. La parentesi che sta tra partenza e arrivo. L’ho già scritto qua e là, che mi piace, ma stasera ritorna, insieme al desiderio di partire.  Il limbo confortevole del volo intercontinentale, passato a leggere e rimpinzarsi di film, quasi mai a chiaccherare. Poco o niente sonno e stanchezza che si accumula,  eppure quasi mai l’atterraggio arriva come una liberazione.  Le lunghe ore sugli autobus argentini (molto più confortevoli di quelli australiani), “charlando charlando y tomando mate”.  Le traversate oceaniche, intorno solo acqua, che impedisce alla realtà di venirti a disturbare. Che poi, quando si arrabbia, è l’oceano che diventa la realtà a cui sfuggire, ma la memoria è selettiva e oggi mi ricordo solo le albe e i tramonti e  i turni di veglia, e la distesa interminabile del mare e io in mezzo, senza nessuna voglia di arrivare.

Post 24 di 30 – C’è mancato poco che fosse già quello di domani!

Where are you from?

Un popolo di poeti? forse; santi? non saprei; navigatori? direi proprio di no. Di italiani in barca in giro per il mondo ne ho incontrati davvero pochi. In questo viaggio finora nessuno. Sarà che abbiamo tanto bel mare intorno che non dobbiamo andarcelo a cercare più lontano? E’ quello che ipotizza Karsten, simpatico tedesco conosciuto ad Arrecife, in giro da quattro anni e da due fermo qui alle Canarie. Lui per primo si è stupito di vedere arrivare una barca con bandiera italiana ed è venuto subito a presentarsi. D’altra parte per atteggiamento ed indole è molto più italiano (anzi napoletano!) lui di noi. Non per niente ha lavorato in Italia per anni. Vive a bordo di Blue Eyes, una barchina di poco più di sei metri sulla quale ha attraversato il mediterraneo senza avere precedente esperienza velica, è arrivato fin qui, si è già fatto l’Atlantico andata e ritorno e si accinge a farlo di nuovo insieme alla fidanzata Petra, tedesca che lavora e vive alla Canarie, ora a bordo con lui! Il punto esclamativo è d’obbligo, un omaggio al coraggio (ma forse anche all’amore?) che può convincerti a trasferirti a bordo di un guscio di noce senza bagno e senza cucina, senza praticamente altro spazio al di fuori del letto che quello offerto dal minuscolo pozzetto, che può accomodare 4 persone sedute gomito a gomito e ginocchio a ginocchio. Ciò non gli ha impedito di invitarci per una cenetta fredda, per ricambiare il nostro invito alla grigliata di pesce del giorno prima, quando abbiamo fatto la festa alla gigantesca orata (non entrava nel barbecue di bordo, non è la solita esagerazione da pescatori!) pescata durante il trasferimento tra l’Isola Graciosa e Lanzarote.
Si fa amicizia in fretta con il popolo di navigatori, che a volte diventa quasi una vera e propria comunità. Come a La Graciosa, dove tra inglesi, canadesi, francesi, belgi, tedeschi, americani (e noi unici italiani) eravamo almeno 14 barche alla fonda. Tutta gente, per lo più coppie, che ha già attraversato o si accinge e ad attraversare l’oceano. Lo vedi dalle barche attrezzate immancabilmente di pannelli solari, generatori eolici, timone a vento, stralli di rispetto, tangoni per le andature di poppa e quant’altro. Una coppia di canadesi è in navigazione da vent’anni, hanno fatto il giro del mondo prendendosela MOLTO comoda e stanno per tornare oltre oceano. Certo qualche volta sono tornati a casa, ogni ben 5 anni, per rinnovare i documenti… Li conosciamo tutti quando, verso l’imbrunire, vediamo un assembramento di tender a riva e li raggiungiamo. Alcuni chiaccherano, altri giocano a bocce, gli americani suonano la chitarra e offrono orgogliosamente focaccia “italiana” fatta in barca. Americani che sono alla fonda proprio accanto a noi e viaggiano alla grande, un barcone tale che Amorgos a poppa gli potrebbe fare da tender. Quando salpano l’ancora la moglie a prua comunica con il marito a poppa con walkie talkie, e man mano lava la catena con acqua dolce! E a noi che era sembrato un LUSSO sprecare della preziosa acqua dolce per una doccetta il giorno che siamo arrivati. In un colpo d’occhio di tutte le barche da riva, Amorgos, con i suoi poco più di 10 metri, è la più piccolina e quasi ci sentiamo fieri di aver traversato un pezzo di oceano su un barchino così, questo naturalmente prima di aver visto il Blue Eyes.

E mi accorgo solo ora che non ho più scritto nulla da quando abbiamo raggiunto le Canarie! Forse, dopo le emozioni della navigazione, la vita tranquilla e rilassata in baia mi è sembrata poco degna di essere raccontata. Ora che sto per rientrare, però, e leggo di freddo e neve, mentre io me ne sto al caldo, ritrovo la vena narrativa per raccontare gli ultimi giorni nelle isole dell’eterna primavera. Il caldo e il sole sono arrivati pian piano, senza aggredire, dopo la pioggerellina del giorno di arrivo, permettendomi di prolungare ogni volta un po’ e di aumentare il numero delle mie nuotate nella stupenda baietta a sud dell’isoletta La Graciosa. Come al solito, sono l’unica a nuotare, perché la maggior parte dei navigatori non è molto acquatica, strano a dirsi. E’ vero che la temperatura non è proprio estiva e l’acqua sta sui 24 gradi, ma come si può resistere al richiamo di questa distesa blu trasparente che fa da contrasto alla tavolozza di colori vulcanici offerta dalle isole di Graciosa e Lanzarote? Nero, rosso, giallo, girgio, marrone in tutte le sfumature possibili si alternano in striature e pennellate che raccontano la storia geologica del posto. Colori che albe e tramonti rendono ogni volta più intensi e impossibili da fotografare (tanto per cambiare). E allora via, con la sola protezione della maglia di lycra e di una cuffia al silicone, per nuotare due o tre volte al giorno, se c’è il sole, i 400 metri da barca a riva e tornare. Ogni tanto si scende per la lunga passeggiata fino al paese o per un’escursione sul vulcano che domina la nostra baia. Dopo 5 giorni di permanenza arriva il caldo vero e me lo godo tutto per abbronzarmi un po’ distesa a prua per la prima volta senza che il vento mi scoraggi. Arrecife ci accoglie con una baia dall’acqua cristallina, con un comodo ormeggio ad un gavitello gratuito e il paese a portata di nuotata o di tender. La temperatura dell’acqua supera i 25 gradi. Nuoto anche senza lycra e persino Antimo osa un bagno.

Ora ci siamo spostati a Corralejo, all’estremità nord di Fuerteventura, rintanati in marina in attesa di un forte vento da sud, quindi per me la navigazione è finita.
Mi godo gli ultimi giorni in questa località vacanziera, contenta che non sia alta stagione. Al freddo che troverò al rientro non voglio neanche pensarci. Nel peggiore dei casi Ryanair vola qua direttamente da Bologna….

Un abbraccio a tutti e a presto!

Cavalcata per le Canarie

Il titolo è forse in parte suggerito dalla timida assonanza Valchirie-Canarie, ma qui è la CAVALCATA che conta.
Nessun altro termine può definire meglio i primi due giorni di navigazione da Casablanca a Isola de la Graciosa. Il vento è fortino, come anticipato, 25 nodi con raffiche da 30, e va alzando onde sempre più alte e spumeggianti, vere creature oceaniche. Sono anche un po’ incrociate, ma l’Amorgos le cavalca impeccabile, sotto la guida del pilota automatico, sia benedetto, che ci risparmia estenuanti turni al timone, anche se magari si occupa solo di tenere bene la rotta, senza curarsi troppo di come prende le onde. A questo, per fortuna, pensa la fantastica linea del grand soleil, magari solo con qualche sussulto in più che se fosse sotto le mani di un esperto timoniere. Con il vento in poppa e appena un fazzoletto di fiocco aperto, in discesa sulle onde surfiamo con picchi di velocità di 12 nodi o anche più. Ovviamente la barca sbanda e si raddrizza in continuo, mentre le onde più alte e le raffiche di vento più forti ci fanno raggiungere a volte inclinazioni da brivido. Stranamente tutta l’ansia che mi attanagliava prima della partenza è svanita. Anche quando la seconda alba mi fa luce su un mare bianco di onde gigantesche, non ho timore. Tuttavia, ora comprendo meglio cosa intendesse Larsson quando, nel romanzo il “Cerchio Celtico”, affermava che in mare l’alba può essere un momento terribile, perché ti permette di VEDERE la furia del mare che, invece, il tramonto pietosamente ti nasconde. Non è assolutamente il nostro caso, anche se rende bene l’idea. Lo spettacolo è davvero grandioso. Creste bianche a perdita d’occhio, masse d’acqua che si inseguono, CI inseguono e ci spingono, mi portano su in alto ad ammirare lo spettacolo del sole che sorge, per nasconderlo, pochi secondi dopo, dietro le montagne liquide che animano l’orizzonte fino a dove si perde lo sguardo. Sto poco in pozzetto, perché qualche onda ogni tanto ci rovescia un po’ d’acqua da poppa e poi a volte sbandiamo davvero tanto. C’è un istante, quando lo scafo si inclina molto, in cui rimani in sospeso per un tempo infinitesimale, davvero impercettibile, quasi come ad aspettare la conferma che effettivamente si raddrizzerà, come fa immancabilmente ogni volta. All’alternativa non arrivi neanche a pensarci che già senti la barca tornare dritta e risalire sull’onda. Quando sei fuori e guardi a poppa in questi casi si aggiunge un po’ d’ansia al vedere che sta già arrivando l’onda successiva, ancora più grande, e sembra proprio che questa volta ci agguanti prima che possiamo raddrizzarci. E’ allora che mi sento contenta di non dover stare al timone in queste condizioni, e mi viene il dubbio che sia forse solo questa la vera ragione della mia tranquillità di adesso, rispetto all’ansia che avevo prima di partire. Certo non vorrei trovarmi a dover affrontare una situazione così di bolina!
Va avanti così anche di notte, impossibile dormire, difficilissimo muoversi e cucinare, anche solo stare seduti in dinette. Mentre prendo qualcosa dal frigo un sobbalzo improvviso mi fa cadere all’indietro senza che abbia tempo di aggrapparmi e finisco di schiena con violenza contro il posto di carteggio. Gran colpo alla testa. Ora sì che ho un’idea, seppur vaga, di quello che singifica prendere una bomata! Continuo a sentirmi frastornata per un bel po’ e il giorno dopo ho i classici postumi da colpo di frusta. Inoltre, ogni volta che mi siedo, dei begli ematomi su gambe e fondoschiena contribuiscono a rammentarmi la prudenza costante nei movimenti.
Due notti insonni, con i turni di 4 ore in cui rischi di addormentarti ad ogni istante per poi scoprire che, quando puoi finalmente farlo, non ci riesci. Capita sempre a me l’invio del messaggio con il telefono satellitare, col quale comunichiamo le coordinate della nostre posizione ad Orlando, una precauzione che tranquillizza ed inquieta allo stesso tempo. Meglio non pensare al motivo per cui è utile farlo. E’ comunque un appuntamento fisso che mi aiuta a spezzare psicologicamente in due parti il faticoso turno dalle 22 alle 2 di mattina.

Come previsto, al terzo giorno gradatamente il vento diminuisce un po’, e qualche tempo dopo, anche l’onda. Con tutto il fiocco aperto e un mare ben più calmo filiamo dritti come fusi. Terminati i sussulti ci lasciamo finalmente andare ad un sonno ristoratore nei nostri turni di riposo. La situazione è così tranquilla che si sonnecchia anche durante il proprio turno, seppure sempre con i sensi allertati a percepire ogni piccola variazione della situazione. Qualche onda residua ogni tanto ci riporta alla realtà. Come pure il rumore fastidioso del motore, che dobbiamo accendere verso le 3 della terza mattina, per poco vento, ma soprattutto per ricaricare un po’ la batteria. Ne approfittiamo per scaldare un po’ d’acqua e farci una breve doccia ristoratrice, tanto per iniziare “come nuovi” l’ultimo giorno di navigazione ora che il peggio è passato. Cessato il continuo sbattacchiamento delle onde, siamo davvero come rinati. Verso le 11 issiamo il gennaker per sfruttare al meglio il leggerissimo vento di poppa e ci godiamo il resto del tempo una veleggiata in condizioni ideali, come si vorrebbe che fosse sempre: veloce, tranquilla, silenziosa, in armonia totale con gli elementi. All’una e tre quarti, mentre sto preparando il pranzo (finalmente senza dover fare equilibrismi!) il capitano avvista la TERRA. Mollo tutto e salgo ad ammirare le prime isolette che si intravedono in lontananza. E’ sempre una bella sensazione. Felici, brindiamo all’evento. Nel primo pomeriggio esce anche un po’ di sole, che avvicina la giornata alla perfezione, se non fosse per la mancata pesca, su cui facevamo affidamento per festeggiare alla grande il nostro arrivo.
Una luna quasi piena ci accompagna, facendo capolino tra le nuvole, mentre togliamo il gennaker e proseguiamo a motore per le ultime poche miglia, fino al momento fatidico in cui, dato fondo in una caletta a sud dell’isola La Graciosa, lo spegnamo. Ore 20.45. Siamo arrivati alle Canarie. Grazie Eolo, Nettuno, Capitan Ciorta. Grazie Orlando, sicuro punto di riferimento, che ci ha seguito waypoint per waypoint e non solo. Grazie Amorgos.
Ma, soprattutto, grazie CAPITANO.