Cogli l’attimo

Ripensando al post di ieri, mi sono resa conto che anche il viaggio in Nepal, come tanti altri che sarebbero venuti poi, era nato quasi per caso. Lo includo raramente nella lista delle mie partenze “improvvisate”, perché appartiene ad un periodo in cui ero abbastanza stanziale, o in ogni caso l’indole vagabonda non aveva ancora avuto modo di affiorare. Di fatto le mie vacanze all’epoca erano esclusivamente estive e le trascorrevo immancabilmente in qualche località dell’arco alpino dove si poteva praticare la canoa. Proprio nell’estate del ’91 avevo ascoltato con una punta di invidia un amico, canoista esperto, che raccontava di una sua spedizione fluviale in Nepal. Ma non era roba per me, figurarsi. Il caso però era di diverso parere e fu così che, in una sera d’autunno, mi offrì un’occasione che non potevo perdere.

Quella mattina in ufficio mi avevano comunicato che si dovevano assolutamente finire entro l’anno le ferie residue. A me restavano ancora molti giorni e la cosa mi aveva spiazzato. Cosa farne in quella stagione dell’anno? Viaggiare da sola non era ancora un’opzione che potessi prendere in considerazione.
Per questo motivo quando, la sera stessa, ad una riunione del Canoa Club, mi chiesero se conoscessi qualcuno che avrebbe voluto unirsi ad una spedizione di canoa in Nepal nel mese di Dicembre, la risposta uscì quasi automaticamente: sì, io! E’ vero che a volte le decisioni migliori sono quelle su cui non si riflette troppo.
Anni dopo la storia si ripeté con gli Stati Uniti, decisione dell’ultimo minuto di partire da sola, per non far scadere un biglietto omaggio (viaggio da sogno già raccontato in altro post).
Poi fu la volta del Sudamerica: lavoravo in un centro rafting in Veneto, passò un tipo che possedeva un’attività analoga in Argentina e stava cercando delle guide rafting. Io mi occupavo solo della gestione del centro, ma non guidavo i gommoni, per cui tra una chiacchera e l’altra, a mo’ di battuta, gli chiesi se per caso non gli servisse una segretaria. La cosa sembrò finire lì. Per questo, quando a fine agosto mi richiamò per offrirmi davvero il lavoro, rimasi di stucco. Però accettai, così, a occhi chiusi e se esiste questo blog, la colpa è un po’ anche di quella decisione (vedi “Cose dell’altro mondo“).

Peccato che abbia imparato la lezione un po’ tardi (e mai completamente). Se, appena trasferita a Bologna, avessi seguito l’istinto e avessi accettato la proposta di imbarcarmi per un trasferimento alle Canarie, la mia vita sarebbe probabilmente diversa. Ma non mi lamento, perché, seppure con un giro lunghissimo, alla fine gli eventi mi hanno portato a rispondere a quella chiamata per altre vie e il cerchio si è chiuso.

Ora sono qui che aspetto la prossima. Senza cercare troppo, aspettando l’attimo da cogliere al volo, perché fino ad oggi le esperienze più belle mi sono arrivate così.

Post 13 di 30

Namastè

Oggi torno a parlare di viaggi, prendendo spunto dall’ultimo post apparso su ONDE SU ONDE, in cui Claudio racconta di essersi trovato involontariamente a violare la privacy di un gruppo di donne KUNA, quando arrivò inaspettatamente in canoa dietro all’ansa del fiume dove le donne stavano facendo abluzioni, credendosi al riparo di occhi indiscreti. L’aneddoto mi ha subito richiamato alla memoria qualcosa di simile accaduto durante il mio primo “GRANDE VIAGGIO”, l’avventura delle avventure, o quella che io credevo sarebbe stata tale, cioè la “spedizione” fluvilale in Nepal a cui partecipai nel 1991, insieme ad un gruppo di canoisti bolognesi.

Il programma prevede alcuni giorni di cammino, con partenza da Hille, per raggiungere il punto in cui ci imbarcheremo per la discesa del fiume ARUN. Arrivati al posto del primo accampamento serale, in una bella radura in mezzo a un bosco a 2000 metri di quota, mi guardo intorno per individuare un posto tranquillo in cui appartarmi per espletare i miei bisogni. Fra l’altro, questa ricerca diventerà una costante di tutto il viaggio, considerando che sono l’unica donna del gruppo e uno dei portatori deve aver ricevuto ordine di non perdermi di vista durante il tragitto, così che faccio fatica a liberarmene. campo a HilleMa qui il problema non si è ancora posto. Tutti gli altri sono indaffarati ad attrezzare il campo e preparare il materiale che dovrà essere caricato domani, dunque mi dirigo con calma dove il bosco è più fitto e presto individuo l’angolo perfetto. O così mi illudo che sia! Invece, dopo qualche attimo, mentre sono accovacciata con le braghe calate alle caviglie, sento un coro di vocine che dice: “Namastè” e, alzando gli occhi, mi trovo parati davanti una decina almeno di bimbi e bimbe che, con le mani giunte e un inchino del capo, mi omaggiano del tipico saluto locale. Nei loro occhi non vedo alcun imbarazzo, forse perché tutto quello disponibile è nei miei di occhi! Non so cosa fare, mi pare che tirarmi su e intraprendere l’operazione di pulizia necessaria a rivestirmi non faccia che peggiorare la situazione. Quindi resto accovacciata e ricambio con un vigoroso “Namastè” a mani giunte, sperando che ne agevoli l’allontanamento.

Non so dirvi se in realtà la cosa abbia sortito l’effetto voluto, perché ancora oggi nella memoria l’allegro gruppetto è rimasto fermo a guardarmi per un tempo interminabile. bimbi nepalesi in divisaNon si è mai capito da dove fosserso sbucati e anche questo lo ricordo come elemento ricorrente in tutto il viaggio: la comparsa improvvisa, apparentemente dal nulla, di frotte persone, per lo più bambini, anche dove non sembravano esserci villaggi o abitazioni di alcun genere.

Aneddoto a parte, quella dei volti sorridenti dei bambini nepalesi è una delle immagini che più mi è rimasta nel cuore.

Post 12 di 30 – questa volta in tema!