Un pizzico di

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Mentre sorseggio un delizioso mate, aspettando la fine di un anno un po’ sghembo, mi domando: che percentuale di nostalgia c’è nei sapori che ci piacciono?

BUON ANNO NUOVO A TUTTI

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Iperpatagoniemia

IPERPATAGONIEMIA

Alla ennesima curva del bus sulla strada STERRATA (come quasi tutte qui) dei sette laghi mi sento male. Non e’ mal d’auto. E’ chiaramente una INTOSSICAZIONE. Mi domando se si possano assumere dosi eccessive di AZZURRO cielo, VERDE bosco, BLU lago, BIANCO cime nevose, CALDO sole che picchia… I sintomi pero’ sono inequivocabili: mancanza di respiro di fronte ad ogni nuovo scorcio panoramico, battito accelerato, raptus fotografico, impulso di gridare per fermare il bus e scendere e cominciare a VOLARE, CAMMINARE, CORRERE, NUOTARE, insomma immergersi di nuovo dentro a questa gingastesca cartolina tridimensionale (che poi le cartoline di solito fanno schifo, quindi il paragone non regge assolutamente!). L’eccesso di bellezza naturale evidentemente da dipendenza. Soffro di accertata intolleranza alla permanenza prolungata (leggi piu’ di tre ore) in un centro abitato, per mozzafiato che sia la sua collocazione (esempio Bariloche). Non mancano episodi di vaneggiamento: ieri compravo una cabaña a Junin del los Andes, oggi apro un ostello a El Bolson, domani mi cerco un lavoro come guardaparque… E il problema e’ cha la parte piu’ bella deve ancora venire, mi dicono. La guida che ho comprato dell’Argentina fino a qua neanche la considera Patagonia…!

LA CURA

E mentre stai gia’ pensando a COME fare per venire a vivere qui (il SE sembra gia’ superato) o quantomeno a passarci tutte le estati e hai gia’ la fantasia fuori giri, la PATAGONIA ti da una mano a tornare con i piedi per terra. In un giorno e una notte ti rovescia addosso tutta l’acqua che ti aveva risparmiato finora. Per fortuna nel giorno di sosta in paese tra un trekking e l’altro. Per sfortuna quando stiamo sperimentando per la prima volta la tenda che abbiamo comprato, usata, in un ostello. La TENDA regge benissimo. Quello che non regge e’ la mia capacita’ di fare tesoro di anni passati a campeggiare… Se in un posto secchissimo c’e’ un bel praticello soffice e verde dovra’ bene esserci un motivo, non vi pare? Lo scopriamo la notte quando lo zaino che ho lasciato nell’abside, accuratamente protetto anche un da coprizaino, si bagna completamente assorbendo da sotto tutta l’acqua che viene dal prato, evidentemente un PANTANO solo temporaneamente asciutto!!!! La mattina continua a diluviare. Ilona parte presto, ci separiamo qui. Io ho il bus piu’ tardi. Smonto la tenda sotto la pioggia e vado a ripararmi sotto l’unica tettoia disponibile, cercando di far sgocciolare il tutto piu’ che posso, prima di impacchettare. Divido il poco spazio con un simpatico argentino, fradicio dalla testa ai piedi. Non sembra voler smettere di piovere e fa freddo. Ho addosso tutto quello che mi restava di asciutto. Aggiungo il GRIGIO maltempo alla mia tavolozza dei colori. Jorge mi racconta del suo viaggio (il mio a confronto e’ una gita fuori porta), mentre condividiamo un buon mate. Ciarlando, ciarlando, il cielo si apre. Poco sopra di noi la neve, ma intanto esce il sole! Anche questa volta il NERO malumore resta fuori. Pero’ aggiungo il nero sacchetti della spazzatura, con i quali d’ora in avanti avvolgo tutte le mie cose!

MATE

Ne parlo qua e la’ e piu’ d’uno mi chiede cosa sia. Spiego un po’, ma sopratutto vi racconto il MIO mate. Il Mate e’ la bevanda nazionale Argentina (e Urguayana), molto, ma MOLTO piu’ diffusa che il caffe’ da noi. E’ una sorta di infuso fatto con Yerba Mate , che si beve da una tazza speciale, detta appunto Mate, con una apposita cannuccia (bombilla) dotata di un filtro alla fine. Questo in breve, (per i dettagli cercate in internet), ma il mate e’ molto di piu’. E’ rito, condivisione, socializzazione, e’ ARGENTINA. Il mate si fa girare, come una “canna”, riempiendolo ogni volta con acqua. Per questo, un compagno INSEPARABILE di ogni Argentino e’ un TERMOS per mantenere l’acqua calda. Per questo, in qualunque posto, per sperduto che sia, se c’e’ presenza umana c’e’ qualcuno che vende acqua calda! Nelle stazioni di servizio trovi distributori o semplici rubinetti con l’acqua calda per il mate. Non mi e’ ancora capitato, ma immagino che se bussi a una porta di sconosciuti per chiedere acqua per il termos, non te la negheranno. Se un argentino scala l’Everest, secondo me rinucia alle bombole di ossigeno pur portarsi il TERMOS! Con 40 gradi all’ombra, sulla spiaggia, in montagna, sul bus, stai sicuro che da qualche parte prima o poi qualcuno tira fuori il termos e offre un mate. Il rito ha le sue regole che non sto a spiegarvi e ognuno ha i suoi gusti. Ho cominciato a bere il mate alla base rafting, quando lo si offriva ai clienti come accoglienza. L’ho visto preparare molte volte, ma l’emozione della mia PRIMA VOLTA e’ stata ugualmente forte. Ero seduta davanti nel furgone che ci portava alla riserva vulcanica di LA PAYUNIA (quella della mia prima foto che non vedrete) e la guida/autista mi ha incaricato di preparare il mate da offrire a tutti. C’erano stranamente piu’ argentini che stranieri nel bus e mi sembrava di dover superare un esame… passata a pieni voti, a quanto pare! In viaggio con Ilona usavamo il suo termos e il suo mate, cosi’ non mi e’ mai mancato, ma quando e’ partita, all’improvviso, mi sono accorta che non potevo stare SENZA! Ora viaggio con il mio piccolo termos da mezzo litro (l’Argentino medio come minimo lo usa da un litro e mezzo). Non sapete l’emozione che mi ha dato quando ho potuto offrire al fradicio e infreddolito Jorge il MIO primo MATE! E non sapete che stupore (altrui) e gioia (mia) sia stato trovarsi in un piccolo rifugio in cima al Cerro Cocinero, con altri 4 argentini ed essere io quella che ha tirato fuori il termos per offire a tutti il mate… STO BENE QUA, SI CAPISCE UN PO’, VERO? <<Articolo precedente

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Finalmente in Patagonia

Questa volta e’ un po’ lungo. Magari stampatelo e leggetelo con calma, mentre organizzate il vostro prossimo viaggio: PER LA PATAGONIA!

FINALMENTE IL “VIAGGIO”

San Martin del los Andes mi delude subito. Troppo turistica, pulita, elveticamente ordinata, cosi’ poco “argentina”. Mi segno per una escursione organizzata, un po’ seccata, perche’ e’ abbastanza difficile fare le cose in proprio senza auto. Per fortuna in cima al Cerro Colorado incontro Ilona, ragazza tedesca che avevo gia’ conosciuto a Malargue. Insieme decidiamo di noleggiare una tenda e andarcene al parco nazionale di Lanin per un trekking di qualche giorno.
Quando arriviamo al parco scopriamo che il giro completo del lago che avevamo in programma non si puo’ fare, cosi’ ci scegliamo un campeggio fisso e optiamo per escursioni di un giorno. Arriviamo al lago Huechulafquen alle 6 del pomeriggio. Scegliamo uno dei due soli campeggi “organizzati”, perche’ noi non siamo molto attrezzate per il campeggio libero. In realta’ anche questo e’ poco piu’ di un campo, anche se ha docce, bagni, tavoli e gli immancabili punti griglia senza i quali gli argentini darebbero fuoco all’intero parco, pur di cucinare il loro asado. Il posto e’ enorme, le altre tende quansi non si vedono. Montiamo la nostra, dall’aspetto assolutamente poco “patagonico” e ci fiondiamo al lago. Sono le 7.30 della sera, fa ancora caldo, nonostante il venticello frizzante. L’acqua e’ gelida. Ilona e’ tedesca, io, per queste cose, pure. Facciamo il bagno in un acqua trasparente che non pare di lago. Poi restiamo a prendere il sole fino al tramonto, bello da non credere. Consumiamo la nostra parca cena in uno stato di trance, allibite per la bellezza del posto e la mitezza del clima. Accendiamo il nostro bel fuoco e ci attardiamo a contemplare il cielo fino a quando non compaiono le prime stelle. Stiamo fuori alle 11 di sera con appena una felpa. Ci guardiamo incredule. Non era questa la Patagonia che ci immaginavamo! Ilona sente la mancanza del suo ragazzo, io del compagno che non ho. Manca cosi’ poco per essere perfetto!

ASCENSIONE ALLA BASE DEL VULCANO LANIN

Detta cosi’ potrebbe sembrare un’impresa alpinistica, anzi andinistica, come giustamente si dice da queste parti. In realta’ e’ una lunga camminata di avvicinamento con uno strappo finale di neanche un’ora e niente piu’. Si arriva a poco piu’ di 1.600 metri di altezza e il perfetto cono bianco del Lanin con i suoi “solo” 3.700 e rotti rimane nascosto alla vista per la maggior parte del tempo. Quando ci arriviamo sotto e’ coperto di nubi e non si lascia guardare. Poco male. Il tragitto fin qui attraversa un bosco assolutamente INCREDIBILE. Per la scala di grandezza, come tutto, qui. Per gli “alerces” giganteschi ammantati di un barbiglia verde di licheni, per le spettacolari araucarie, che non mi stanco di ammirare, che si alternano a bianchi tronchi enormi caduti per ogni dove. Altri gia’ secchi si stagliano come in una foresta pietrificata, conferendo al tutto un aspetto assolutamente primordiale (e in effetti l’araucaria e’ uno degli alberi piu’antichi, se non il piu’ antico ancora presente oggigiorno). Sembra di stare in una racconto di Tolkien, in una favola, in un SOGNO. Dentro a questo sogno ora ci sono io e non ci posso credere. Certo mi mancano la famiglia e gli amici, ma e’ ben poco prezzo da pagare. Poi gia’ so che fra qualche giorno saro’ in un locutorio a raccontarvi tutto questo. Non per farvi invidia, come qualcuno mi scrive, ma per condividere. Perche’ vorrei che tutti quelli a cui voglio bene fossero qui a vedere tutto questo, insieme a coloro a cui so che piacerebbe altrettanto. Ma sono sicura che anche i piu’ pantofolai di voi non potrebbero resistere a tanta bellezza. Per dire che una cosa ti piace molto qui si dice “me incanta”. ME INCANTA. Non trovo altre parole.

BENVENUTE IN PATAGONIA

Sulla strada del ritorno ci sorprende il maltempo. Si e’ alzato un vento forte, foriero di tempesta. Prime gocce di pioggia. Arriviamo stanche per le nove ore di cammino, inclusi gli inevitabili 4 km di andata e ritorno dal campeggio, e guardiamo con terrore la nostra tenda, che sembra equipaggiata a reggere poco piu’ di una tempesta di starnuti, figurarsi il vento patagonico! Non piove forte ancora, ma le raffiche che arrivano a tratti gia’ fanno presagire il peggio. Ilona compra una bottiglia di vino allo spaccio del camping. Accendiamo il solito fuoco e ci sediamo a brindare alla vera Patagonia che ora ci da il benvenuto. Mentre aspettiamo che si aprano le cataratte del cielo e si compia il nostro destino, tra un sorso e l’altro, continuiamo a conversare nel solito miscuglio ispano-anglo-germanico, aspettando imbacuccate e incappucciate nelle giacche di gore-tex che si spenga l’ultima brace. Quando alziamo la testa non piove piu’ e in un fazzoletto di cielo si intravedono le prime stelle.

ACQUA E MATE

Dormiamo fino a tardi. Oggi si’, piove. Ci prendiamo un giorno di riposo, che alla fine si trasforma in una camminata di quasi sei ore, perche’ un’ora ci vuole solo per arrivare dal campeggio in qualunque posto. Camminiamo in silenzio sotto pioggia e vento sulla strada di nera sabbia vulcanica, sempre in vista del lago, da cui non riusciamo a distogliere lo sguardo. All’altro camping scopriamo con piacere che e’ troppo turistico per i nostri gusti e ci compiacciamo della nostra scelta. Incontriamo Ariel, simpatico porteño gia’ consociuto in bus, che ci fa da guida alla cascata. Ci fermiamo per un mate di rito. Da un pianoro esposto sotto pioggia e vento e’ bellissimo guardare il lago “charlando y tomando mate”. Anche un giorno cosi’ ci voleva per sentirsi bene. La sera, infreddolite e stanche, anche quella cosa oscena che qui chiamano pizza ha un sapore speciale.

IL GIORNO PERFETTO

E’ una mattina di freddo pungente. L’alito che fuma, le mani che ti chiedono i guanti che non hai. Ma c’e’ il sole e l’immancabile vento aiuta ad asciugare la tenda prima di smontare. Salutiamo il nostro camping e ci incamminiamo per l’ultima escursione. Per raggiungere l’altra sponda si attraversa una strettoia tra i due laghi. Arrivi alla spiaggia, sventoli una bandierina e qualcuno dall’altra parte viene a prenderti in un guscio di noce. Poche decine di metri e scendi sull’altra sponda, ti volti e…. resti senza fiato. La cima bianca del Lanin si staglia in tutto il suo splendore e il lago fa da specchio al suo cono perfetto. Non ci sono foto, cartoline, disegni, filmati, parole che possano catturare tutto questo. Restiamo abbacinate, quasi non riusciamo a camminare. Ogni scorcio dal sentiero che corre a mezzacosta lungo il lago ti fermeresti a fotografare, in preda alla maledizione della macchina digitale. Non incontriamo quasi nessuno, solo qualche sparuto indigeno mapuche che coltiva i campi o gestisce un camping “agreste”, in questa favola che non so raccontare. Mucche, cavalli, anatre e uccelli vari, cani, pecore, ruscelli, in mezzo a questo verde, sotto a questa luce, sopra a questa acqua, dentro a questa pace. Dopo due ore di cammino, gia’ quasi sopraffatte dallo spettacolo in cui siamo immerse, arriviamo ad una scogliera che scende al lago. C’e’ un vento freddo e non invita a bagnarsi, ma trovo una insenatura riparata e ci lasciamo tentare. Non c’e’ nessuno, ci togliamo tutto e entriamo in acqua, che e’ cosi’ limpida e pulita da potersi bere. Restiamo senza fiato e non solo per la temperatura! Guardiamo il vulcano bianco che si specchia nel lago, NUOTIAMO in mezzo all’immagine della cima innevata del Lanin. Nuotiamo e ridiamo, nuotiamo, ci guardiamo e ridiamo, in preda ad una euforia incontrollabile. Un’altra delle foto che non vedrete mai e’ quella della luce che brilla nei nostri occhi. A un momento cosi’ non manca NIENTE per essere perfetto.

COMMIATO

Torniamo in silenzio, perche’ lo spettacolo ci ha rubato le parole. E io per raccontarvelo posso solo rubarle a qualcuno che scriveva da una piccolo colle marchigiano, ma dentro, ora lo so, doveva avere la Patagonia, con i suoi interminati spazi, sovrumani silenzi, e profondissima quiete… e questa immensita’, in cui annego il pensier mio e il naufragar m’e’ dolce in questo mare…
Il bus che ci riporta in citta’ percorre tutta la strada intorno al lago, immenso, risplendente e che ora ha onde come il mare. Lo beviamo con gli occhi fino a farli lacrimare. Non me ne voglio andare di qui, penso. Invece parto. Non perche’ ho gia’ prenotato l’ostello o perche’ ho un appuntamento domani a Bariloche. Me ne vado perche’ ho voglia ancora di trovare altri posti da cui farmi sorprendere cosi’.

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