Back to the future

nomi di lingue Ho appena finito di ascoltare una TED TALK  in cui un economista mette in relazione l’indole più o  meno risparmiatrice di certi popoli con il fatto che la struttura della loro lingua preveda o meno il tempo futuro. La teoria, per quanto affascinante, mi sembra un po’ azzardata e in ogni caso le analisi prodotte non mi convincono. Ma l’argomento in sé è affascinante. Il pensiero che ciò che siamo venga in parte modellato anche dalla lingua che parliamo mi ha sempre intrigato molto.  Dopotutto la capacità di produrre un linguaggio è una delle caratteristiche essenziali dell’essere umano ed è ovvio che la lingua funga da filtro attraverso cui percepiamo il mondo.
Da qualche parte ho letto che alcune popolazioni andine parlano una lingua (aymara o qualcosa del genere) che colloca il futuro topograficamente DIETRO e non AVANTI, come fanno invece tutte le altre lingue. Non è incredibile? Siamo così abituati a parlare con metafore spaziali che collocano il futuro avanti a noi che  ci sembra una cosa assolutamente logica, scontata. Ma a pensarci bene non lo è.  D’altra parte l’importanza della lingua è sotto i nostri occhi tutti i giorni. Cambiare il nome delle cose per privarle di una connotazione negativa è all’ordine del giorno, basta pensare a “escort” o “rimborso elettorale”. Cambiare le parole non è solo una questione di forma, a  volte fa cambiare la sostanza. E mi torna alla mente il caro vecchio Orwell, le cui previsioni sono andate ben oltre il  suo pur lontano 1984.  A parte il concetto di grande fratello, che oggi non si può nominare senza fuorvianti riferimenti televisivi, quella che mi era sembrata una trovata geniale era che il regime da lui descritto cancellava dal vocabolario le parole che esprimevano concetti scomodi, per arrivare a eliminare i concetti stessi.  Libertà era una di queste. Non ricordo le altre. Anzi voglio proprio cercare il libro e rileggerlo, da qualche parte devo ancora averlo.
Una strana concatenazione di pensieri stasera, a volte va così!

Post 27 di 30 – quasi una luna piena fa…

Poliglotta felice

Che bello conoscere più lingue. Sono sempre state la mia passione, pur non essendoci particolarmente portata. Mi ricordo che da piccola, d’estate al mare, con un amica facevamo finta di essere inglesi, per beffarci dei bambini che incontravamo al parco giochi. Conoscevamo poco più che i numeri da 1 a 10, ma all’epoca non era molto comune per ragazzine della nostra età e ci faceva sentire speciali. Per questo ho sempre rimproverato mia madre, che era nata e vissuta in Brasile per 15 anni, di non averci insegnato il portoghese. Uno dei miei sogni, allora, era proprio quello di sposarmi con uno straniero, andare a vivere in un paese con una lingua diversa da quelle di entrambi e crescere i nostri figli trilingui con poca o niente fatica per loro. Sogni da adoloscenti. Sfumata l’ipotesi di marito e figli, le tre lingue però in un modo o nell’altro sono riuscita ad impararle, per male che sia. Non è che siano indispensabili, sia chiaro, però non so dirvi quanta soddisfazione può dare, nell’era di internet, poter spaziare su siti di tanti paesi, guardare film in lingua originale, avere accesso a tante più informazioni di quelle che sono disponibili in italiano. Pur non essendo veramente bilingue o trilingue (ma si può dire che sono poliglotta? boh!) a volte mi accorgo che neanche mi rendo conto che quella tal notizia l’ho letta su un sito tedesco o spagnolo o inglese e do per scontato che sia così per tutti, salvo accorgermene quando mando un link a qualcuno e mi risponde come se volessi prenderlo in giro!
Se poi vi dico che una volta ho passato un’intera serata a confrontare le versioni italiana, inglese, spagnola, francese (che non parlo!) di alcuni brani del musical “Notre dame de Paris”, capirete che del tutto normale non sono. Ma io mi ci diverto!
La verità è che ogni lingua è una finestra su un mondo diverso e in qualche modo leggerla o usarla è un’altra forma di viaggiare.

Adesso mi manca il francese, ma la vedo durissima. Ci ho già provato qualche volta e a niente è servito un mese in Nuova Caledonia. Ma potrebbe essere un nuovo obiettivo per la prossima cosa da fare per un mese… Ne riparliamo.

Tutto qui. Mi sembrava giusto scrivere una volta tanto di qualcosa che mi rende felice!

Post 18 di 30 –  à bientôt