La frase perfetta

La incontri leggendo o ascoltando una canzone. A volte te l’aspetti, per quello che la precede, altre volte ti sorprende e per questo ti colpisce ancora di più.
E’ quella frase che riesce a dare forma perfetta a un pensiero che avevi da tanto, ma non eri riuscita a elaborare in modo così compiuto, con grazia, forza, equilibrio, essenzialità. E’ talmente calzante che appena la leggi diventa tua, non riesci a immaginare di avere mai concepito quel pensiero in forma diversa, né potrai più farlo d’ora in avanti. Ti penetra dentro al punto che col passare del tempo non sei più così sicura che non sia effettivamente una tua creazione. Chissà che a volte non nascano così dei plagi involontari. Perché di certo non ci si può ricordare di tutte parole lette e tutte le canzoni ascoltate.

Gli esempi che potrei fare sono numerosi, ma ovviamente adesso non me ne torna in mente quasi nessuno.

tazza con frase di ThoreauCi sono “le vite di tranquilla disperazione” che secondo H.D. Thoreu molti uomini conducono. Una frase che ho assimilato tramite K. Vonnegut ed è una delle espressioni che meglio descriveva come mi sentivo all’epoca. Ancora oggi però secondo me resta un esempio di come con due parole si possa descrivere un complesso stato dell’anima umana.

Poi ci sono i “volti scompigliati di vento e di sole” che quasi certamente ho letto da qualche parte (in Lila, di Pirsig, o ne Il cerchio celtico, di Bjorn Larsson?), ma che ho l’impressione di aver coniato io per descrivere le facce di tanti navigatori che ho incontrato.

Appena chiuderò il post di sicuro riaffioreranno tutte le citazioni che ora non trovo.
Poco importa. Sono solo curiosa di sapere se capita anche a voi.

Post 20 di 30 – only ten to go!

Prima di inviare, pensa

Il mio post oggi è diventato una dissertazione. Se non vi va di leggerla tutta, vi prego di andare almeno all’ultimo paragrafo.

E’ un argomento che mi affascina da sempre – come tutto quello che riguarda il comportamento umano – e credo che oggi più che mai possa essere utile trattarlo: sto parlando della facile fraintendibilità dei messaggi SCRITTI.

Ne sono stata spesso vittima e, in svariate occasioni, anche colpevole, nononstante tutti i miei sforzi. Quasi quotidianamente assisto ad esempi del fenomeno. Al lavoro, a casa, tra amici, in coppia, tra estranei. Basta prendersi la briga di leggere un qualunque forum o i commenti ai video di YOUTUBE per rendersene conto.
Le ragioni sono svariate. La fretta di sicuro la fa da padrona, la tecnologia peggiora le cose, ma alla fine la causa principale risiede nella natura stessa del linguaggio e quindi nella natura umana.

Sappiamo bene che i fraintendimenti sono molto facili anche nella comunicazione orale diretta, dove a veicolare il significato non sono solo le parole, ma anche il tono di voce, il linguaggio del corpo, il contesto, il vissuto e chissà quant’altro. Proviamo ad immaginare cosa succede nello scritto, in cui tutto questo va perduto.

ESEMPIO: litigate con qualcuno perché disordinato. Se, subito dopo, gli chiedete “Di chi è il cappello sul tavolo?”, la domanda verrà percepita con senso accusatorio, anche nel caso non fosse quella la vostra intenzione. A voce, però, potreste riuscire a modificare il vostro tono e la vostra espressione in maniera tale da far capire che effettivamente vi interessa solo sapere di chi sia il cappello. In tal caso, complimenti a voi.

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Di chi è quel cappello?


Ma se per qualche motivo foste costretti a comunicare tramite un bigliettino, state pur certi che il destinatario lo interpreterà come un’accusa, non c’è scampo. Eliminate il tono di voce, il linguaggio non verbale, aggiungete in alcuni casi anche l’ignoranza del contesto e avrete una forte probabilità di essere male interpretati.

Questo è vero da sempre, ma internet ha acuito il problema, non potendo noi più stracciare all’ultimo momento il biglietto scritto di getto. Al click-su-invia non c’è rimedio.
Il fatto è che il messaggio scritto, specie se breve e poco articolato, azzera le sfumature e neutralizza buona parte della componente emotiva dello scrivente. Chi legge, facilmente, attribuisce al messaggio il PROPRIO stato d’animo o, nel migliore dei casi, lo percepisce in modo neutro, perdendo magari una parte del senso che era importante per chi scriveva. Salvo l’uso delle utilissime, ma non sempre risolutive, emoticons (chi ha inventato le faccine è un genio) è facilissimo che il tono ironico di una frase o quello retorico di una domanda passino inosservati. L’ironia è difficile da capire anche a voce, figuriamoci per iscritto! Altre volte facciamo riferimento a qualche sottointeso per noi palese e CREDIAMO che traspaia da quello che scriviamo, ma non è così!

I forum sono pieni di polemiche sterili scatenate da cattiva comunicazione in questo senso. Il tono polemico è quello che più facilmente ‘si attacca’ al messaggio all’insaputa dell’autore, con conseguenze a volte disastrose (ma in Italia si può ancora usare ‘all’insaputa’ senza che ci venga da ridere? :-))
Le faccine servono, eccome, perciò usiamole il più possibile, ma sapendo che a volte non bastano. Un’emoticon, messa al termine di un messaggio che ha innescato nel lettore una reazione sbagliata, non sempre riesce a neutralizzarla (forse dovremmo metterla PRIMA, come gli spagnoli fanno con il punto interrogativo). La sintesi in certi casi fa danni. Perché non spendere qualche parola in più? (sms e twitter lasciamoli per le comunicazioni di servizio). Una richiesta a voce senza un ‘per favore’ e un ‘grazie’ forse può suonare solo maleducata, per iscritto rischia di essere di un’arroganza insopportabile.
Se poi non conosciamo il nostro interlocutore o, ancora peggio, il messaggio va ad un pubblico allargato, andiamoci ancora di più con i piedi di piombo. Pensiamoci. Quel punto esclamativo che magari per noi esprime gioia, esaltazione, stupore o vuole solo sottolineare un concetto, può essere percepito come arroganza, maleducazione, aggressività.

Stupore o che altro?

Stupore o che altro?

Che senso diamo ai tanti punti interrogativi insieme? Forse per noi vogliono solo indicare uno “stuporone”, ma è facilissimo attribuire loro una forte nota polemica. Per non parlare dei puntini di sospensione, fatti apposta per essere riempiti da chi legge con i più svariati significati, a discapito dell’incauto scrittore.

La morale della favola, per me, è: se dobbiamo comunicare per iscritto, scriviamo, salviamo, aspettiamo un po’ prima di inviare, rileggiamo quanto abbiamo scritto cercando di metterci nei panni dell’altro. Se è una risposta, assicuriamoci di aver ben capito il senso e il TONO di ciò a cui stiamo rispondendo. Se abbiamo anche un solo dubbio sul tono usato o sulla sua intenzionalità, prendiamoci la briga di chiedere conferma prima di rispondere. E se proprio un messaggio ci fa arrabbiare, ci ferisce, rattrista o mette a disagio, prendiamo il telefono e PARLIAMOCI. Il più delle volte ci accorgeremo che tanto rumore era per nulla.

Post 5 di 30 (ma potrebbe valere per 7!)