Condannati alla connessione

omino prigionero delle onde di trasmissioneQuanto tempo si può restare senza nessun contatto telefonico/matico con il mondo esterno prima che qualcuno si preoccupi? Non più di due o tre giorni credo. Si parla di dipendenza da internet – e non me la sentirei di dichiararmene totalmente immune – eppure, a volte, mi pare che non dipenda solo da un nostro bisogno, quanto anche molto da quello degli altri.

Condannati alla connessione. Sempre e comunque. Un tempo bastava chiudersi in casa e non rispondere al telefono, il gioco era fatto, le scuse erano facili. “Ti ho chiamato tre volte e non ti ho mai trovato”  “in effetti ero spesso fuori casa…”.   I bei tempi andati, prima delle segreterie telefoniche, i telefoni digitali, l’ID chiamante, internet, gli smartphone…

Adesso se hai voglia di staccare veramente la spina per qualche giorno (e non ditemi che capita solo a me) una irreperibilità di un paio di giorni, se non preannunciata, già desta preoccupazione o quantomeno sospetto.
Abituati al contatto quotidiano, il silenzio dall’altra parte della linea fa paura. Perché, va bene non rispondere alle mail, non collegarsi a skype, al limite anche non rispondere al telefono, ma almeno agli sms!   Nella migliore delle ipotesi qualcuno si offende, sempre ammesso che non si spaventi.

Trovo invece assolutamente LIBERATORIO pensare di potersi disconnettere totalmente per un po’, anche all’improvviso, senza notifiche, senza che nessuno si stupisca.  Negli anni del vero vagabondare, ormai troppo lontani, ogni tanto mi capitava di farlo, senza nessuna conseguenza. Amici e parenti erano abituati alle assenze prolungate in contesti irraggiungibili, come nelle traversate oceaniche, e anche una volta rientrata non si meravigliavano più di tanto se non riuscivano a contattarmi per qualche giorno, semplicemente immaginandomi chissà dove.
Adesso però diventa sempre più difficile.  E’ solo una delle svariate libertà a cui abbiamo rinunciato in cambio dell’incredibile comodità dell’interconnessione. Ma non ne sentite la mancanza anche voi, ogni tanto?

Piccolo Spazio Pubblicità

Vasco non c’entra molto, ma la frase andava benissimo come titolo per il post di oggi. Infatti ho notato che a seguito della pubblicazione giornaliera dell’ultimo mese, oltre ad essere aumentati i lettori e i commentatori (e io che temevo che scappassero tutti invece!), ha fatto la sua comparsa nelle pagine del blog la pubblicità, seppure in maniera sporadica. Ci tengo a dire che non ci guadagno nulla. Si vede che con il crescere degli accessi lo spazio del blog è diventato appetibile. Non ne sono molto contenta, ma non posso lamentarmi, visto che usufruisco gratuitamente da anni di una piattaforma potente e di relativamente facile uso, come WordPress, a costo zero.
In realtà ho già comprato un mio dominio e appena avrò tempo trasferirò il tutto, ma nel frattempo dobbiamo sorbirci quei pochi annunci.

La verità è che internet ha l’effetto collaterale di abituarci alla gratuità di certi servizi, che diamo per scontati. A volte leggo dei commenti  di gente che si imbestialisce perché un dato servizio, prima gratuito, è diventato a pagamento, o perché ci sono le pubblicità prima dei video di Youtube. Possibile che a nessuno venga in mente il lavoro e le risorse che ci sono dietro tutti questi strumenti per cui non paghiamo nulla?  E’ ovvio che da qualche parte chi li crea, li mantiene, li sviluppa, deve pure fare cassa. Meglio con la pubblicità che vendendo i nostri dati e le nostre foto (peccato che una non escluda l’altra).  In ogni caso a volte penso che questa abitudine possa essere alquanto deleteria e che dovremmo riflettere un po’ più spesso su chi e cosa c’è dietro gli strumenti che utilizziamo. Senza poi stare ad entrare nel complesso argomento della pirateria digitale, di cui siamo tutti colpevoli prima o poi, senza sentirci minimanete in colpa.
Personalmente ogni tanto faccio una piccola donazione a Wikipedia o a siti che consulto spesso e trovo utili, perché capisco benissimo tutto l’impegno che richiedono.

Quindi, in attesa di traslocare nella mia nuova casetta acquaticavagabonda.it, mi sta bene che il blog sia diventato un piccolo spazio per la pubblicità.

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Comunicare dall’altro mondo

Tic tac tic tic tac, RUMORE DI TASTIERA. quattro, cinque, dieci, quindici computer in fila, gente di tutte le parti del mondo che scrive, consulta la mail, gioca…
E’ il cibernetico mondo del Locutorio, dove si telefona e si puo’ stare in Internet per veramente poco. Se ne incontra uno ogni 50 metri, sono piu’ che i bar o le profumerie a Bologna. Da uno di questi vi scrivo, e piano piano sono andata selezionando quello preferito. Con l’aria condizionata, ma non troppo forte, con la tastiere un po’ piu’ pulite o che almeno abbiano tutti i tasti che funzionano, con la porta USB a disposizione…
E’ bello star qua dall’altra parte del mondo e tenersi in contatto con facilita’. INTERNET e’ bello. Fai foto a compagni d’avventura occasionali, ti lasciano la mail, gliele spedisci. Vuoi andare in quel posto? Io ci sono stata, ti mando l’indirizzo di uno che conosco… INTERNET e’ fantastico.
Internet toglie qualcosa all’avventura, annulla le distanze, fa il mondo piu’ piccolo, e pero’ lo fa anche piu’ grande. Perche’ sei a Mendoza e nello stesso tempo a Bologna o in Olanda o in viaggio con l’amico americano che si sta biciclettando tutte le americhe dal nord a sud, ora e’ in Messico e chissa’ che che non ci si incontri prima di lasciare l’Argentina…
L’altro mondo non e’ il sudamerica o l’Australia, l’altro mondo e’ quello che c’era prima di Internet… adesso c’e’ questo mondo qua, piccolissimo, tutto concentrato dietro una tastiera. Quanti chilometri da Buenos Aires a Mendoza? Non lo so, il mondo adesso si misura in giga, che non bastano mai.

PIETRE

Qui piove poche volte all’anno. Mi dicevano tre. Da quando sono qui, gia’ sono quasi dieci, anche nell’altro mondo le stagioni non sono piu’ quelle di una volta. Per fortuna (?) spesso non e’ pioggia, che in montagna rende fango l’onnipresente sabbia e a Mendoza allaga la citta’ assolutamente impreparata a piu’ che un acquazzone ogni tanto. Quando non e’ pioggia, e’ grandine. Nello strano idioma locale quando grandina si dice che “cadono pietre”. Indovinate perche’? Lo scopro alla prima occasione, ben contenta di stare per scendere in fiume e quindi di essere dotata di casco. Sono PIETRE! Sono uova, palle da tennis, quello che volete, solo non sono niente che abbia a che vedere con l’idea del “chicco”. Chissa’ se le assicurazioni coprono i danni da eventi atmosferici… lo dubito! Per fortuna dura poco, sono gia’ in fiume e non me ne accorgo quasi.

MIEDO

No tengo miedo, no tengo miedo, no tengo MIEDO… Non e’ vero, ho PAURA eccome! E la cosa strana e’ che mentre ho il cuore a mille, seppure di una paura ingiustifcata, penso in spagnolo! No pueden dejarme sola! Y se me voy a dar vuelta? Invece lo fanno, mi lasciano sola e quello che temo succede: mi ribalto. Sono in fiume. Per un disguido il gommone e il safety kayak a cui mi sono aggregata credono che io sia sbarcata prima insieme ad altri, per timore del livello alto. Ma non e’ cosi’. Gli altri si sono fermati una base rafting piu’ su perche’ dalla riva gli hanno chiesto al volo di scortare una discesa in gommone (qui succede anche di questo!), ma io ho continuato e ora sto inseguendo il gommone che ormai sparisce nascosto dalle onde giganti. Non e’ che il tratto sia difficile. L’ho gia’ fatto. Non e’ che se mi ribalto e faccio il bagno mi possa accadere niente piu’ che perdere l’attrezzatura e dover andare a recuperarla al lago. Non e’ che mi importi di perdere la faccia, passando a nuoto davanti a tutte le basi rafting della zona, diventando lo zimbello di tutti: la Tana (non c’e scampo se sei Italiano diventi automaticamente Tano o Tana) ha nadado, la Tana ha nadado, va a pagar cerveza!” Non e’ niente di questo ed e’ tutto questo. Ma in tutta la paura, il batticuore, il tempo infinito per caricare l’eskimo, che per fortuna riesce, sono di nuovo a testa in su, mentre pagaio, pagaio, pagaio senza sosta, rincorrendo il gommone in lontananza, sara’ normale che la gioia piu’ grande sia perche’ ho avuto paura in SPAGNOLO??? (pardon, CASTELLANO, come dicono qui).
Inutile dire che non e’ stato divertente. Avevo davvero PAURA! Inutile dire che e’ stato fantastico, dopo, quando l’adrenalina e’ entrata bene in circolo. Non ho pagato cerveza e domani so che affrontero’ qualche onda in piu’.

BUENO, GUAPO, RICO Y TONTO

Poiche’ in piu’ d’uno avete fatto illazioni a riguardo, tengo a SMENTIRE la notizia delle mie prossime nozze con la guida poeta. Che e’ gia’ felicemente accompagnato, ma soprattutto a cui mancano almeno due delle quattro caratteristiche fondamentali elencate sopra e sapientemente indicate come indispensabili per un uomo da sposare nella lezione numero 12 del mio corso audio di spagnolo.
So che in molti sperano in un ravvedimento (e perche’ poi?), ma non cerchero’ di accontentarvi proprio ora che l’indipendenza sta dando i suoi frutti. Mai dire mai, ovviamente. Prometto che sarete i primi a saperlo, pero’ adesso fatela finita!

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