Quello che le foto non dicono

Siamo nell’era delle immagini, lo so. Pubblichi una foto su Facebook, due righe di commento, e ciascuno si immagini ciò che vuole. Ma le cose che le foto non possono raccontare sono molte. Come l’onnipresente odore di timo che ti accompagna su e giù per sentieri tracciati dalle capre, o il caldo abbraccio della sabbia granulosa di una spiaggetta deserta, in cui ti rotoli per recuperare il calore perso nell’acqua tanto gelida quanto cristallina. E nessuna foto dirà mai il senso di pace assoluta che ti avvolge mentre lasci alle spalle  nubi minacciose per andare incontro al sole, a vele spiegate, nelle prime ore del mattino. Nessuna foto saprà  spiegare l’illusione ubriacante che la vita possa essere distillata a tre semplici preoccupazioni: la direzione e l’intensità del vento e un approdo sicuro per la notte.

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Centimetri di decenza

shortsA quanto pare l’estensione dell’area di pelle nuda che dio può sopportare è variabile.

Samos, Grecia 2012: in visita al monastero di non so più chi o cosa,  io e mia cognata ci presentiamo in maglietta e pantaloncini. Sono più o meno corti uguali, ma veniamo fermate all’ingresso da quello che chiamerò un “controllore di decenza”, e mia cognata, dalle gambe sicuramente più lunghe e affusolate delle mie, viene ritenuta non idonea. Però le forniscono una lunga gonna blu con elastico in vita per coprirsi durante la visita, mentre io passo tranquillamente così come sono. Osservo scherzosamente che forse il controllore era stato “turbato” dalle sue gambe e non dalle mie, da cui la differenza di giudizio.

Barcellona, Spagna 2014: Il  nostro gruppo di 6 donne di età e aspetto variabile, viene fermato all’ingresso del chiostro della cattedrale gotica perché a spalle nude. Ce le copriamo con quel che abbiamo, ma in due non passiamo la prova “calzone corto”. Provo ad obiettare al controllore il fatto che davanti a noi stanno sfilando ragazze con gonne  o pantaloni molto più corti dei miei. Niente da fare, la selezione è a suo insindacabile giudizio!  Ci allontaniamo, Lucia si avvolge una felpa intorno ai fianchi, a mo’ di gonna, e riesce a entrare. Potrei escogitare anch’io qualcosa, ma non lo faccio per una questione di principio, e decido di restarmene fuori.
Pochi minuti dopo, all’ingresso della cattedrale vera e propria, dietro l’angolo, adotto l’accortezza di calarmi un po’ i pantaloncini su fianchi, secondo la moda corrente,  poi copro i fianchi allungando la maglietta, e passo totalmente inosservata. Probabilmente non sarebbe neanche stato necessario, visto che qui il controllore non batte ciglio davanti a striminziti abitini di giovani turiste tedesche, con spalle e gambe nudissime.

Non sarà che il criterio di decenza sia legato alla valutazione estetica, declinabile in due modi, applicabili a scelta?
A – Non ti lascio passare perché sei troppo scoperta e la tua bellezza mi turba e mi induce a pensieri peccaminosi
B – Non ti lascio passare perché sei troppo scoperta e la tua bruttezza è di per sé un’offesa al comune senso della decenza

Inutile dire che nessun uomo in calzoni corti e canotta è stato fermato. Inutile aggiungere che a controllare non mettono mai una donna!

Inerzia

Ci si abitua. Alla “normalità” del vivere quotidiano. Farsi svegliare tutte le mattina dalla luce che proviene sempre dalla stessa finestra. Aprire gli occhi e sapere già dove sei, senza quell’attimo di incertezza necessario a ricordare dove hai appoggiato la testa la sera prima.
I rumori conosciuti della vita che si sveglia intorno a te. L’acqua della doccia del piano di sopra che scorre nei tubi. La porta del vicino che si chiude e lui che scende trafelato le scale. Un motore che si accende nel cortile del palazzo di fronte. Premi un bottone e 90 secondi dopo il beep-beep del microonde ti avvisa che l’acqua per il tuo orzo mattutino è pronta. Mentre sbucci la frutta per lo yogurt dalla radio le solite voci augurano buona giornata. Ci si abitua. A giornate prive di soprese, per quanto piacevoli, lavoro, un paio d’ore in piscina, lavoro, camminata serale sui colli. La regolarità può dare assuefazione. Ti abitui al punto che anche il contatto telematico con amici viaggiatori non basta più a far insinuare il desiderio di partire tra le pieghe di giorni tutti uguali. E’ il male d’inerzia, la refrattarietà al cambiamento.
Poi un giorno la vinci, non sai neanche tu come. Sul treno per l’aeroporto già ti chiedi cosa c’era di tanto bello in quella ripetitività che non volevi rompere.  
E’ vero che, dopo appena due giorni, anche il cala l’ancora salpa l’ancora, prepara le cime, issa la randa, fuori i parabordi, diventa abitudine, ma (chissà perché?!) la preferisci. Un tuffo quasi all’alba, prima di colazione, gli estranei di ieri già diventati amici.  Domani si ritorna. Una settimana è troppo poca, lo sapevi, ma è quel tanto che basta a ricordarti hai voglia di partire di nuovo.

Saluti a tutta la ciurma e, come dice una certa password, KEEP SAILING!

ImageGrec