Il fiume riflesso

foto dell'Isonzo L’Isonzo è indescrivibile, come sempre. Ma questa volta non è qui per me. Mentre scendo su quest’acqua di una bellezza che non cessa mai di sorprendere, sento che il fiume oggi appartiene a qualcun’altro. Per fortuna. Perché il SUO Isonzo oggi è molto più bello del mio. Lo è ad ogni onda, pagaiata, entrata in morta, bene, un’altra ancora, troppo temerario, bagno, non importa, rapida più impegnativa del previsto, ma quasi tutta buona tranne quello sbaglio finale, bagno, non importa, e via giù con lo stesso stupore esilarante con cui i bambini scoprono la vita. La stessa curiosità, lo stesso vorace desiderio di impadronirsi della nuova scoperta, lo stesso entusiasmo contagioso, che gli trabocca in un milione di ringraziamenti quasi imbarazzanti e gli risplende negli occhi assieme al riverbero dell’acqua magica dell’Isonzo.

foto di canoista stanco

Sfatto ma soddisfatto!

A fine giornata è sua anche la sensazione di spossatezza appagante di cui ho fatto il mio motto. Ma non gliene voglio, perché non ne ho il monopolio e, soprattutto, perché riflesso nei suoi occhi intravedo finalmente il fiume perduto che andavo cercando affannosamente dentro me.

Vivere di riflesso non va bene, certo, ma a volte  si può trovare qualcosa vedendola prima nello specchio. O no?

Roccia, sole, acqua

Più salgo più valgo” è il motto degli alpini. Però, dico io, la discesa dove la mettiamo? Ovvio che non possa aspirare alla stessa gloria, perché di completare la salita fino alla vetta lo decidi tu, ma poi devi scendere per forza, non puoi mica restare lassù! Eppure la fatica e le difficoltà della discesa sono spesso maggiori e vanno a sommarsi alla stanchezza della salita, tanto che, delle volte, la vera impresa mi sembra proprio il ritorno.

Foto monte SvinjakNon mi riferisco a nessuna prodezza alpinistica, di cui sarei assolutamente incapace, ma i pensieri erano esattamente questi mentre scendevo la ripida china del monte Svinjak, nei pressi di Bovec, Slovenia. Una bella montagna verde e aguzza, come la disegnerebbe un bambino, quasi un piccolo Cervino, se mi perdonate il paragone, visti i “miseri” 1650 m di altezza. Solo che per arrivare in cima devi farti tutti i 1200 metri di dislivello dalla partenza, su per un sentiero in costante pendenza, senza quasi parti in piano, e bello esposto nelle parti finale a picco sulla spettacolare valle dell’Isonzo. Gli scorci mozzafiato valgono tutta la fatica di salire… quella di scendere non saprei!

Ero sicura, mentre salivo con Eugenia, che il rientro sarebbe stata una sofferenza. Per le ginocchia, la schiena, i piedi. Al caldo però non avevo pensato. Nei giorni precedenti una arietta fresca ci aveva confortato anche nei percorsi più scoperti, e questo era ripido, sì, ma quasi tutto nel bosco.

Mappa del sentiero

Più diretto di così!

Siamo anche partite abbastanza presto da non patire troppo il caldo durante la salita, ma poi si è fatto soffocante per tutto l’INTERMINABILE rientro. Tanto che neanche la propizia fontana incontrata subito alla fine del sentiero è stata sufficiente a rinfrescarmi veramente. Già da metà discesa il chiodo fisso era tuffarmi nelle fresche acque corroboranti del Soča.

Il primo tuffo però l’ho fatto in una pozza d’acqua trasparente nella forra alla confluenza tra il fiume Lepenica e il ruscello Šumnik, in val Lepena, che abbiamo deciso di visitare subito dopo la discesa dello Svinjak. Pur essendo ormai quasi tutto in ombra, non ho resistito al richiamo dell’acqua GELIDA, rischiando forse un coccolone, tanto ero ancora accaldata. Ma ne è valsa la pena. Dopo pochi secondi un’ondata di energia ha cancellato tutta la stanchezza e ogni cellula del mio corpo sprizzava euforia e ricordi patagonici.

Poi siamo andate a riposascorcio di montagna dall'isonzore le stanche membra in un cantuccio nascosto sulle rive del Soča, che per fortuna scorre dritto fino dentro al tramonto. MAGIA PURA.

Incredibile a dirsi: ho trascorso cinque fantastici giorni a Bovec senza nemmeno una pagaiata!

Non ci sono dubbi però, l’ultima parola la dice sempre il fiume.

Isonzo

L’acqua c’è ma non si vede!

Io non ho paura (magari!)

Una bella giornata di attività fisica impegnativa all’aria aperta, dentro a un paesaggio innevato e soleggiato di una bellezza tale da rimettere chiunque in pace con il mondo e con se stesso. Peccato che, quando eravamo quasi in cima, nel traverso finale in costa in cui abbiamo dovuto mettere i ramponi, abbia fatto la sua prepotente comparsa una paura  che in montagna ancora  non mi conoscevo, di certo legata ad un evento  ancora  non abbastanza lontano (14 Febbraio 2009, non potrò mai dimenticarlo, chi non lo conosce ed è curioso lo trova  qui). Per un attimo ho temuto di essere incappata in una crisi di panico. La situazione assolutamente non giustificava la paura che sentivo. Il ghiacchio era abbastanza cedevole da poter affondare i ramponi senza fatica. Il crinale era poco avanti a noi, qualcuno lo aveva già raggiunto. Il pendio era sicuramente molto ripido e andare giù non sarebbe stato affatto piacevole. Eppure quel percorso lo avevo compiuto senza battere ciglio decine di volte, anche in condizioni peggiori, persino con attrezzatura non adeguata, e mai una volta mi aveva sfiorato il pensiero che si potesse anche scivolare giù, pur avendo in un paio di occasioni assistito di persona ad eventi del genere.
crinale libro apertoMa oggi ero timorosa, il passo era incerto e la cosa mi destabilizzava anche un po’, essendo io quella che in teoria aveva più esperienza. Poi sono riuscita a controllarmi e lentamente sono andata avanti raggiungendo la sella tra le due cime del Libro Aperto, ma con un solo sgradevole  pensiero: adesso devo rifare il percorso a scendere.  Il vento gelido ci ha derubato della prevista sosta di ristoro in vetta e ci siamo messi subito in marcia per il rientro. La paura era molto diminuita, ma ho egualmente tirato un sospiro di sollievo quando siamo arrivati in zona che ritenevo sicura. Il resto è stato il solito esaltante saltellare scivolando con le ciaspole giù per i pendii innevati, tagliando i tornanti che faticosamente avevamo ciaspolato salendo, dimentica della fatica (e della paura!).
Quella paura immotivata non mi è nuova. Già successo in canoa, di fronte a cose  fatte e rifatte in precedenza,  anche da totale inesperta. Ma almeno in fiume la paura era stata a lungo una compagna quasi inseparabile per me e, anche quando immotivata, non era un sentimento alieno.  Forse quello che ti frega è  l’esperienza, che cresce di pari passo con la consapevolezza dei rischi, specialmente quando qualcuno lo hai toccato con  mano!
Come per la canoa, in ogni caso, finché la paura non mi impedirà di divertirmi e di chiudere la giornata con un bilancio positivo e la voglia di tornare, si continua.  Questo sabato si merita un voto pieno, e anch’io, per aver vinto la stanchezza accumulata ieri, il dolore alla gamba (l’ernia non ha gradito l’esercizio di spalatura) e, soprattutto, la paura.

Post 23 di 30. One more week to go.