Sospensione

Ogni tanto mi manca la sospensione temporale che si crea in viaggio durante gli spostamenti più lunghi. La parentesi che sta tra partenza e arrivo. L’ho già scritto qua e là, che mi piace, ma stasera ritorna, insieme al desiderio di partire.  Il limbo confortevole del volo intercontinentale, passato a leggere e rimpinzarsi di film, quasi mai a chiaccherare. Poco o niente sonno e stanchezza che si accumula,  eppure quasi mai l’atterraggio arriva come una liberazione.  Le lunghe ore sugli autobus argentini (molto più confortevoli di quelli australiani), “charlando charlando y tomando mate”.  Le traversate oceaniche, intorno solo acqua, che impedisce alla realtà di venirti a disturbare. Che poi, quando si arrabbia, è l’oceano che diventa la realtà a cui sfuggire, ma la memoria è selettiva e oggi mi ricordo solo le albe e i tramonti e  i turni di veglia, e la distesa interminabile del mare e io in mezzo, senza nessuna voglia di arrivare.

Post 24 di 30 – C’è mancato poco che fosse già quello di domani!

Sobre los Italianos

Ho trovato lo scritto di cui parlavo nel post precedente. Sono alcuni estratti dal libro “Argentinos I” di Jorge Lanatta (un giornalista locale) che mi aveva girato il direttore della fondazione Afos, quando facevo volontariato a Cordoba. Da me liberamente (e malamente) tradotto.

Ditemi voi se non basta sostituire argentino con italiano per avere un ritratto calzante e impietoso di quello che siamo!

Apatici o entusiasti: noi argentini siamo fondamentalmente esagerati. La realtà non ci basta, noi preferiamo l’immaginazione, che è, ovviamente, il miglior metodo di fuga. E’ sempre difficile sapere a che punto siamo, perché è ancora più difficile sapere se ci siamo mai stati. L’argentino è sempre – per parafrasare Ortega – davanti a sé: siamo promessa allo stato latente, mai atto. Essere azione – esserci in modo completo, ci esporrebbe al fallimento. Forse è per questo che preferiamo criticare il gioco degli altri invece che giocare noi.
Teatrali ed esagerati, perché “chi non piange, non ottiene”; urlatori, perché temiamo di non essere visti; insicuri, perché in questo paese impunito e discrezionale niente si conquista mai del tutto.
Saremo anche gente mite? Per Marco Denevi noi argentini abbiamo la mentalità degli clienti d’albergo: un ospite “non si immischia mai con gli altri”, “e se gli amministratori lo gestiscono male, se gli amministratori rubano e falsificano i libri contabili, è un problema del proprietario dell ‘albergo, non dei clienti… i quali hanno ad aspettarli, in un altro posto, la loro futura casa, al momento in costruzione.” In quella casa, che non finiamo mai di costruire, scarichiamo i nostri desideri più segreti, ciò che vogliamo essere, ma alla fine non siamo mai. Abbiamo ereditato il motore del desiderio dagli immigrati, che ci hanno anche lasciato la paura del ridicolo, la paura terribile dei “creoli” di essere soppiantati da chi arriva. Per questo abbiamo il culto dell’apparenza, diamo più valore all’avere che all’essere, ci compriamo l’auto prima della casa, pretendiamo che ci chiamino “dottore” e temiamo che la nostra presenza non si noti.
[…]
Però – dirà il nostro argentino “ideale” in sua difesa – come è possibile affidarsi completamente a qualcosa in un paese dove nulla è certo? La preoccupazione dell’argentino per la propria posizione sociale si trova di fronte a questo dilemma. Il posto occupato dal nostro argentino è sempre messo in pericolo dall’appetito degli altri per quel posto e l’audacia con cui cercano di strapparglielo. Ortega y Gasset ha scritto: “Ogni individuo può, senza esagerazione, aspirare a qualsiasi posizione, perché la società non è abituata ad esigere concorrenza.” Quale concorrenza ci si può aspettare in questo paese di monopolio legale, di leggi ad hoc, amnistie e stati di emergenza? Nel suo libro “L’invidia tra di noi” Alberto Sarramone sostiene che “se è normale vivere inquadrati da norme e essere soggetti a regole, noi argentini mediamente nella nostra storia abbiamo preferito l’anormalità e l’irregolarità.
[…] Siamo argentini, il risultato di un paese giovane che ha attraversato un’infanzia violenta. I nostri occhi ancora conservano la paura del saccheggio, la genuflessione delle classi dirigenti, il tradimento dietro l’angolo, la necessità vitale di credere in qualcosa che non sappiamo cosa sia. Siamo mai stati veramente argentini? Non è che ci siamo rovinati con le nostre mani? Quando cominceremo a prenderci sul serio?

Post 16 di 30 – ormai è tutta in discesa

Cogli l’attimo

Ripensando al post di ieri, mi sono resa conto che anche il viaggio in Nepal, come tanti altri che sarebbero venuti poi, era nato quasi per caso. Lo includo raramente nella lista delle mie partenze “improvvisate”, perché appartiene ad un periodo in cui ero abbastanza stanziale, o in ogni caso l’indole vagabonda non aveva ancora avuto modo di affiorare. Di fatto le mie vacanze all’epoca erano esclusivamente estive e le trascorrevo immancabilmente in qualche località dell’arco alpino dove si poteva praticare la canoa. Proprio nell’estate del ’91 avevo ascoltato con una punta di invidia un amico, canoista esperto, che raccontava di una sua spedizione fluviale in Nepal. Ma non era roba per me, figurarsi. Il caso però era di diverso parere e fu così che, in una sera d’autunno, mi offrì un’occasione che non potevo perdere.

Quella mattina in ufficio mi avevano comunicato che si dovevano assolutamente finire entro l’anno le ferie residue. A me restavano ancora molti giorni e la cosa mi aveva spiazzato. Cosa farne in quella stagione dell’anno? Viaggiare da sola non era ancora un’opzione che potessi prendere in considerazione.
Per questo motivo quando, la sera stessa, ad una riunione del Canoa Club, mi chiesero se conoscessi qualcuno che avrebbe voluto unirsi ad una spedizione di canoa in Nepal nel mese di Dicembre, la risposta uscì quasi automaticamente: sì, io! E’ vero che a volte le decisioni migliori sono quelle su cui non si riflette troppo.
Anni dopo la storia si ripeté con gli Stati Uniti, decisione dell’ultimo minuto di partire da sola, per non far scadere un biglietto omaggio (viaggio da sogno già raccontato in altro post).
Poi fu la volta del Sudamerica: lavoravo in un centro rafting in Veneto, passò un tipo che possedeva un’attività analoga in Argentina e stava cercando delle guide rafting. Io mi occupavo solo della gestione del centro, ma non guidavo i gommoni, per cui tra una chiacchera e l’altra, a mo’ di battuta, gli chiesi se per caso non gli servisse una segretaria. La cosa sembrò finire lì. Per questo, quando a fine agosto mi richiamò per offrirmi davvero il lavoro, rimasi di stucco. Però accettai, così, a occhi chiusi e se esiste questo blog, la colpa è un po’ anche di quella decisione (vedi “Cose dell’altro mondo“).

Peccato che abbia imparato la lezione un po’ tardi (e mai completamente). Se, appena trasferita a Bologna, avessi seguito l’istinto e avessi accettato la proposta di imbarcarmi per un trasferimento alle Canarie, la mia vita sarebbe probabilmente diversa. Ma non mi lamento, perché, seppure con un giro lunghissimo, alla fine gli eventi mi hanno portato a rispondere a quella chiamata per altre vie e il cerchio si è chiuso.

Ora sono qui che aspetto la prossima. Senza cercare troppo, aspettando l’attimo da cogliere al volo, perché fino ad oggi le esperienze più belle mi sono arrivate così.

Post 13 di 30