Quello che le foto non dicono

Siamo nell’era delle immagini, lo so. Pubblichi una foto su Facebook, due righe di commento, e ciascuno si immagini ciò che vuole. Ma le cose che le foto non possono raccontare sono molte. Come l’onnipresente odore di timo che ti accompagna su e giù per sentieri tracciati dalle capre, o il caldo abbraccio della sabbia granulosa di una spiaggetta deserta, in cui ti rotoli per recuperare il calore perso nell’acqua tanto gelida quanto cristallina. E nessuna foto dirà mai il senso di pace assoluta che ti avvolge mentre lasci alle spalle  nubi minacciose per andare incontro al sole, a vele spiegate, nelle prime ore del mattino. Nessuna foto saprà  spiegare l’illusione ubriacante che la vita possa essere distillata a tre semplici preoccupazioni: la direzione e l’intensità del vento e un approdo sicuro per la notte.

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Un attimo che faccio una foto

persona che fotografa un paesaggioA volte mi domando cosa aggiungano le foto alle esperienze che viviamo.
Voglio dire: cosa aggiunge una foto a quel momento preciso in cui vedi o fai qualcosa che ti spinge a prendere fuori il cellulare, o la macchina, e scattare? Magari non aggiunge proprio niente. Forse, piuttosto, TOGLIE qualcosa. Toglie vita al presente, lo trasforma in passato già nell’attesa. Perché sei lì che vivi quell’istante e già pensi a quando sarà finito e potrai rivederlo o, molto più probabilmente, a quando potrai condividerlo, forse appena qualche secondo dopo averlo immortalato. E intanto il presente è già svanito. Senza neanche accorgertene lo hai imprigionato in una gabbia di pixel, hai già dato forma al ricordo che avrai di quel momento, e per far questo hai dimenticato di viverlo pienamente. Di fatto sembra che non viviamo più per fare delle esperienze, ma per creare i ricordi di quelle esperienze. E non guardiamo al futuro come esperienza da fare, quanto piuttosto come ricordo anticipato. Non sarà che il nostro io che ricorda sta prendendo il controllo dell’io che vive? Oppure è proprio il contrario? Il banale atto di prepararsi un piatto di spaghetti, che fino a qualche anno fa sarebbe stato a malapena degno dell’attenzione di chi lo compiva, assurge ora allo status di evento degno di nota, se postato nei social networks.
Sarà mica ora di sostituire il “Penso dunque sono” di cartesiana memoria con un bel “FOTOGRAFO DUNQUE SONO” (o, ancora peggio: “POSTO LA FOTO, DUNQUE SONO”)?

Da un vulcano sul mare

Mi preparo ad uscire nella gelida bruma  bolognese con la testa ancora piena di ricordi abbarbicati a pendii di vulcani e barrancos.  Difficile accostare la camminata serale a San Luca con la salita mattutina del Teide. Quel freddo lì sì che lo soffrivo volentieri! Un sottozero limpido come cristallo, mica questi 6 gradi umidicci che ti si infiltrano nelle ossa e ancor più nel cervello… Non per lamentarmi, che già sono fortunata ad avere sperimentato la differenza.  Soprattutto dopo l’ultimo post, scritto  senza avere in mente niente di preciso – lo giuro – anche se pare che l’augurio io l’abbia fatto a me stessa. Perché quella sulla cima del Teide è stata forse l’alba più spettacolare che abbia mai visto.20150126_073852Un’alba sull’oceano, vista da una montagna, sopra ad un mare di nuvole, impossibile chiedere di più!
Gli elementi della mia ricetta personale per la fatica premiata c’erano tutti: sveglia alle 5 del mattino dopo una notte insonne nel rifugio, raggiunto la sera prima, a quasi 3300 m slm; la salita a passi prudenti sul sentiero a tratti ghiacciato, nell’aria gelida della notte; il respiro reso affannoso dall’alta quota; uno sguardo indietro ogni tanto, a guardare la fila di lucine che ci segue – per un bel po’ siamo quelle che aprono il cammino; il cielo che lentamente si rischiara, tanto che nelle ultime decine di metri non serve neanche più il frontalino; l’odore di zolfo che ci segnala di essere vicine alla meta; le grida di giubilo di chi ci ha preceduto in cima. Il freddo è pungente, il cielo si fa rosso all’orizzonte, lo sguardo  spazia senza ostacoli, a 360 gradi, fino a fissarsi sul miracoloso sorgere dell’ombra scura del Teide, in lontananza, come una montagna che dal nulla va sollevandosi all’orizzonte.
20150126_075650Le figure scure dei compagni di avventura  si stagliano contro il disco del sole nascente, avvolte dal fumo che esce da una delle bocche del cratere. Desiderio irrefrenabile di scattare mille foto, finchè il freddo alle mani ti fa passare la voglia, e poi tanto lo sai che non potranno mai davvero rendere l’idea.
20150126_075547 Malvolentieri ci incamminiamo sulla via del ritorno: il sentiero alla vetta va lasciato entro le 9, per far spazio ai “pigroni” che arriveranno fin lì in teleferica per percorrere solo l’ultimo tratto a piedi.  Ma è difficile staccarsi da tanta bellezza. Appena fuori dal tratto vincolato dal permesso orario ci sediamo a contemplare ancora lo scenario favoloso che buio, luce, nuvole, ghiaccio e mare hanno messo insieme.
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Elevare all’ennesima potenza, perché quello che sentivo lassù va oltre le immagini e le parole.

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