Ancora uno e poi basta

Non alludo ai miei post, anche se, a pensarci bene, il titolo andrebbe benissimo, essendo oggi l’ultimo dei 30 giorni in cui mi ero impegnata a pubblicare quotidianamente.

In realtà io mi riferivo a quel meccanismo perverso in base al quale spesso si continua a fare una cosa oltre quello che sarebbe un limite ragionevole.  Il subdolo ragionamento si può declinare in forme diverse, come “ancora un minuto e poi vado”, “questa è l’ultima,” “finisco questo e poi”…
Ciò che più mi disturba è che la cosa non si applica solo e necessariamente ad attività piacevoli che non vogliamo interrompere.

ultima patatina

Ancora una e poi basta…

L’esempio più banale potrebbe essere il cibo, scegliete voi quale, noccioline, ciliege, patatine,  ancora una e poi basta, fino a che non si arriva alla fine del sacchetto. Normale, ma non è questo che mi ha ispirato l’argomento oggi. Anche perché, per evitare di cascarci, non tengo in casa niente che rischi di attivare il meccanismo sopracitato (come ben sa chi ha letto il mio post di ieri). Gallete di riso e crackers di segale integrali Wasa si rifiutano di farsi coinvolgere nel gioco perverso! 

Dicevo, invece, che spesso capita, a me perlomeno, di esserne vittima anche per cose faticose o di lavoro, che a rigor di logica dovrebbero esserne esenti.  Spalare la neve è una di queste: a forza di “arrivo fin lì e mi fermo” l’anno scorso ho spalato l’intero cortile della casa di montagna ripetutamente per giorni di fila. Iniziavo con l’intenzione di aprirmi giusto un varco fino al cancello, poi una certa qual necessità di simmetria mi faceva allargare un po’, e così via.   Oppure sono al computer, sto facendo un lavoro che procede a pagine. Quando sarebbe  ora di chiudere non posso mollare una pagina a metà, finisco questa e poi spengo. Ma quella poi dovrà essere allineata alla pagina di fronte, allora tanto vale. La successiva però è molto simile, posso cavarmela con un copia e incolla, metto dentro anche quella. Una pagina tira l’altra e dopo due ore ormai sono alla fine della sezione, che senso ha interrompere?  Un senso l’avrebbe ed è che si è fatto tardi, sei stanca, hai passato più di otto ore davanti  a un monitor, non hai particolare fretta e puoi benissimo finire domani. Ma cosa vuoi che sia, completo questa e poi basta. Come quando facevo le ore piccole lavorando ai ferri un maglione jaquard, perché ad ogni riga si chiudeva un disegno, ma ne cominciava anche un altro e non volevo mollare lo schema a metà!

Vista la stagione,  concludo (ma sarà vero?) con l’esempio più eclatante: la discesa di fine giornata sulle piste. Hai già sciato a sufficienza, le gambe sono pesanti, senti che è ora di smettere. Gli altri concordano. Poi si arriva a fondo pista, ci si guarda negli occhi e qualcuno inevitabilmente dice: facciamo l’ultima?  Che è sempre quella di troppo, in cui rischi di farti male e comunque non ti diverti. Tanto che abbiamo coniato un detto: a sciare bisogna fermarsi sempre una prima dell’ultima.

Stavolta mi fermo davvero però. Chiudo tutto e vado a nanna.  Per il futuro non prometto  (o minaccio) di mantenere questa frequenza di pubblicazione, ma di sicuro conto di scrivere con più assiduità rispetto al periodo precedente a questo esperimento.

Post 30 di 30 – that’s all folks!

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