Sobre los Italianos

Ho trovato lo scritto di cui parlavo nel post precedente. Sono alcuni estratti dal libro “Argentinos I” di Jorge Lanatta (un giornalista locale) che mi aveva girato il direttore della fondazione Afos, quando facevo volontariato a Cordoba. Da me liberamente (e malamente) tradotto.

Ditemi voi se non basta sostituire argentino con italiano per avere un ritratto calzante e impietoso di quello che siamo!

Apatici o entusiasti: noi argentini siamo fondamentalmente esagerati. La realtà non ci basta, noi preferiamo l’immaginazione, che è, ovviamente, il miglior metodo di fuga. E’ sempre difficile sapere a che punto siamo, perché è ancora più difficile sapere se ci siamo mai stati. L’argentino è sempre – per parafrasare Ortega – davanti a sé: siamo promessa allo stato latente, mai atto. Essere azione – esserci in modo completo, ci esporrebbe al fallimento. Forse è per questo che preferiamo criticare il gioco degli altri invece che giocare noi.
Teatrali ed esagerati, perché “chi non piange, non ottiene”; urlatori, perché temiamo di non essere visti; insicuri, perché in questo paese impunito e discrezionale niente si conquista mai del tutto.
Saremo anche gente mite? Per Marco Denevi noi argentini abbiamo la mentalità degli clienti d’albergo: un ospite “non si immischia mai con gli altri”, “e se gli amministratori lo gestiscono male, se gli amministratori rubano e falsificano i libri contabili, è un problema del proprietario dell ‘albergo, non dei clienti… i quali hanno ad aspettarli, in un altro posto, la loro futura casa, al momento in costruzione.” In quella casa, che non finiamo mai di costruire, scarichiamo i nostri desideri più segreti, ciò che vogliamo essere, ma alla fine non siamo mai. Abbiamo ereditato il motore del desiderio dagli immigrati, che ci hanno anche lasciato la paura del ridicolo, la paura terribile dei “creoli” di essere soppiantati da chi arriva. Per questo abbiamo il culto dell’apparenza, diamo più valore all’avere che all’essere, ci compriamo l’auto prima della casa, pretendiamo che ci chiamino “dottore” e temiamo che la nostra presenza non si noti.
[…]
Però – dirà il nostro argentino “ideale” in sua difesa – come è possibile affidarsi completamente a qualcosa in un paese dove nulla è certo? La preoccupazione dell’argentino per la propria posizione sociale si trova di fronte a questo dilemma. Il posto occupato dal nostro argentino è sempre messo in pericolo dall’appetito degli altri per quel posto e l’audacia con cui cercano di strapparglielo. Ortega y Gasset ha scritto: “Ogni individuo può, senza esagerazione, aspirare a qualsiasi posizione, perché la società non è abituata ad esigere concorrenza.” Quale concorrenza ci si può aspettare in questo paese di monopolio legale, di leggi ad hoc, amnistie e stati di emergenza? Nel suo libro “L’invidia tra di noi” Alberto Sarramone sostiene che “se è normale vivere inquadrati da norme e essere soggetti a regole, noi argentini mediamente nella nostra storia abbiamo preferito l’anormalità e l’irregolarità.
[…] Siamo argentini, il risultato di un paese giovane che ha attraversato un’infanzia violenta. I nostri occhi ancora conservano la paura del saccheggio, la genuflessione delle classi dirigenti, il tradimento dietro l’angolo, la necessità vitale di credere in qualcosa che non sappiamo cosa sia. Siamo mai stati veramente argentini? Non è che ci siamo rovinati con le nostre mani? Quando cominceremo a prenderci sul serio?

Post 16 di 30 – ormai è tutta in discesa

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  1. In effetti, un altro brano che mi aveva inviato Julio, sullo stesso tema, conclude con: “gli argentini sono italiani che parlano spagnolo. Pretendono stipendi nordamericani e di vivere come inglesi. Fanno discorsi da francesi e votano come senegalesi. Pensano come comunisti e vivono da borghesi. Elogiano l’imprenditoria canadese e hanno un’organizzazione boliviana. Ammirano l’ordine svizzero e praticano un disordine tunisino.”

    Anche questo potrebbe andare bene per noi, esclusa la prima frase, mi pare, no? 😉

    PS Che bello che hai finalmente trovato il modo di distinguerti dall’altro Claudio che commenta!

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