Namastè

Oggi torno a parlare di viaggi, prendendo spunto dall’ultimo post apparso su ONDE SU ONDE, in cui Claudio racconta di essersi trovato involontariamente a violare la privacy di un gruppo di donne KUNA, quando arrivò inaspettatamente in canoa dietro all’ansa del fiume dove le donne stavano facendo abluzioni, credendosi al riparo di occhi indiscreti. L’aneddoto mi ha subito richiamato alla memoria qualcosa di simile accaduto durante il mio primo “GRANDE VIAGGIO”, l’avventura delle avventure, o quella che io credevo sarebbe stata tale, cioè la “spedizione” fluvilale in Nepal a cui partecipai nel 1991, insieme ad un gruppo di canoisti bolognesi.

Il programma prevede alcuni giorni di cammino, con partenza da Hille, per raggiungere il punto in cui ci imbarcheremo per la discesa del fiume ARUN. Arrivati al posto del primo accampamento serale, in una bella radura in mezzo a un bosco a 2000 metri di quota, mi guardo intorno per individuare un posto tranquillo in cui appartarmi per espletare i miei bisogni. Fra l’altro, questa ricerca diventerà una costante di tutto il viaggio, considerando che sono l’unica donna del gruppo e uno dei portatori deve aver ricevuto ordine di non perdermi di vista durante il tragitto, così che faccio fatica a liberarmene. campo a HilleMa qui il problema non si è ancora posto. Tutti gli altri sono indaffarati ad attrezzare il campo e preparare il materiale che dovrà essere caricato domani, dunque mi dirigo con calma dove il bosco è più fitto e presto individuo l’angolo perfetto. O così mi illudo che sia! Invece, dopo qualche attimo, mentre sono accovacciata con le braghe calate alle caviglie, sento un coro di vocine che dice: “Namastè” e, alzando gli occhi, mi trovo parati davanti una decina almeno di bimbi e bimbe che, con le mani giunte e un inchino del capo, mi omaggiano del tipico saluto locale. Nei loro occhi non vedo alcun imbarazzo, forse perché tutto quello disponibile è nei miei di occhi! Non so cosa fare, mi pare che tirarmi su e intraprendere l’operazione di pulizia necessaria a rivestirmi non faccia che peggiorare la situazione. Quindi resto accovacciata e ricambio con un vigoroso “Namastè” a mani giunte, sperando che ne agevoli l’allontanamento.

Non so dirvi se in realtà la cosa abbia sortito l’effetto voluto, perché ancora oggi nella memoria l’allegro gruppetto è rimasto fermo a guardarmi per un tempo interminabile. bimbi nepalesi in divisaNon si è mai capito da dove fosserso sbucati e anche questo lo ricordo come elemento ricorrente in tutto il viaggio: la comparsa improvvisa, apparentemente dal nulla, di frotte persone, per lo più bambini, anche dove non sembravano esserci villaggi o abitazioni di alcun genere.

Aneddoto a parte, quella dei volti sorridenti dei bambini nepalesi è una delle immagini che più mi è rimasta nel cuore.

Post 12 di 30 – questa volta in tema!

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  1. Che bello questo racconto di mondi lontani…. continua cosi almeno in questo grigiore di giornata ci fai viaggiare con i tuoi racconti.. .Ti abbraccio

  2. penso che sia inevitabile, anche a mè è successo, fai pipì in disparte e sbuca una fila di donne che portanoa casa l’erba avvolta in ampi teli sulla testa, ma se non c’era anima viva, e un’altra, poi un’altra, e ancora, non finivano più. Non ti sei chiesta perchè montassero per prima la tenda della defecazione? ma per la privacy! Poi a 2000mt, sei ancora in piazza.

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