Il mare d’inverno

Il mare d’inverno è un pensiero che la mente non considera, dice la canzone, e la mia testa sembra essere d’accordo, mentre osservo perplessa gli indumenti che ho preparato sul letto, da mettere nello zaino per le due settimane scarse nuovamente a bordo di Andromeda. Forse sarà perché solo qualche ora fa ero sulle piste dell’Appennino a godermi un’ultima sciata, con un paesaggio completamente imbiancato dalla recente nevicata, ma non riesco a immaginarmi su un traghetto per la Grecia già domani. Certamente è colpa anche di internet che mi fornisce impietoso dati sconfortanti sul meteo della mia destinazione. Le cose però possono cambiare in fretta in questa stagione e non voglio perdermi l’occasione presentata da un imprevisto “buco” lavorativo. Quindi è deciso: vado. Comincio a mettere diligentemente nello zaino il pile antivento, le calze pesanti, la cuffia e lo scaldacollo di pile, la calzamaglia, i guanti (chi direbbe che vado in barca guardando questo bagaglio?)… sto per chiudere quando mi accorgo – sacrilegio – che non ho neppure contemplato il costume da bagno. Non sia mai! Corro ai ripari, anche se con più dubbi che speranze di poterlo usare.

Il giorno dopo saluto Bologna in una mite giornata primaverile e quasi mi dispiace, ma ormai il dado è tratto.
Il mare d’inverno lo riconosci anche sul traghetto, che imbarca solo camionisti e qualche lavoratore. Unici “vacanzieri” una scolaresca greca ritorno da una gita in Italia. E’ così che mi ritrovo a condividere il viaggio con una giovane mamma bulgara che sta tornando in patria con il figlioletto di 15 mesi, sottratto al marito turco che non voleva farla partire e che l’aspetta a Bruxelles, dove vivono, convinto che sia andata in visita da un’amica. Lei non ha neppure il passaporto del bambino e spera che alla frontiera greco-bulgara non facciano storie. Tanto per parlare di vite coraggiose. Ed io che mi sento temeraria perché vado a imbarcarmi con questo clima su un catamarano senza riscaldamento!

La mattina successiva l’oltremare mi accoglie con una giornata uggiosa e lo sfondo delle montagne albanesi completamente innevate. Mi fingo l’ottimista che non sono dicendomi che per fortuna almeno non piove. Meno fortunata è la scoperta che il sabato non ci sono bus per Syvota, contrariamente a quanto avevo visto su internet, e quindi devo prendere un taxi. A magra consolazione il caffè gentilmente offerto dal loquacissimo Miki, greco-modenese che, nel tempo di un caffè, riesce a raccontarmi la sua complicata vita di cameriere poliglotta che ha girato mezzo mondo.
In mezz’ora poco più di taxi sono a Syvota. Probabilmente è il posto che ha ispirato a Ruggeri “Il mare d’inverno”. Sul grazioso porticciolo si affacciano bar, ristoranti e supermercati chiusi e apparentemente in disarmo. Gli unici turisti siamo noi, l’equipaggio di Andromeda, e Mira, lo skipper ceco della barca vicina, che però ormai vive in appartamento con moglie e figlia di un anno e mezzo. Voleva partire per un giro del mondo, ma ha trovato l’amore, che ha dato frutti forse un po’ troppo presto, e si è fermato qui.
A bordo fa freddino, non c’è che dire. Io però chiudo gli occhi e cerco di immaginarmi il fronte del porto invaso dalla massa brulicante di turisti, a pochi mesi da ora. No grazie. Le Ionie affollate le ho già viste a settembre. Tutto sommato il mare d’inverno ha il suo fascino. Spero di confermarvelo appena arriva il primo raggio di sole.

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