Houston, abbiamo un problema

Ve lo ricordate “Apollo 13”? Il titolo di questo post è la frase con cui il comandante James Lovell (Tom Hanks, nel film) comunica con una calma surreale alla base terra che la navicella spaziale è gravemente danneggiata, a causa di un’esplosione. Mi è venuto in mente perché ho visto il film da poco, ma, soprattutto, perché la stessa serafica calma l’ha usata il comandante di Andromeda due giorni fa per dire “questa non ci voleva” quando, all’alba, appena salpati da Fournoi sotto raffiche di vento già molto intense (come tipico intorno alle isole qui) s’è stracciata la randa, pur ridotta con tre mani di terzaruoli. Al suo commento sono uscita in pozzetto, aspettandomi di constatare qualche danno minore, che so, la perdita di un parabordo o un cambio di vento inatteso. Eppure dovrei saperlo: più è grave il guaio e meno il capitano si scompone. Però davvero non ci voleva! Il vento previsto per la giornata si prospettava buono per fare il “salto” dal Dodecaneso alle Cicladi, attraversando il temuto canale dove più forte si sfoga il meltemi. Senza randa non se ne parla. Torniamo nella pur ventosissima baia in cui avevamo passato un giorno in attesa delle condizioni adatte e, sotto raffiche pazzesche che ci arrivano da terra, intraprendiamo l’ardua impresa di tirare giù la randa inservibile per montare quella di scorta che, a onor del vero, tanto più in salute non sembra. Infatti, a tirarla fuori dal gavone dove ha trascorso gli ultimi 5 anni e dove era stata riposta dopo chissà quanti di onorato servizio, proprio non da l’idea dell’affidabilità. Ma tant’è. Claudio l’aveva tenuta perché “non si sa mai” e quel mai adesso è arrivato.
L’arte di arrangiarsi del capitano non cesserà mai di stupirmi. Le soluzioni artigianali che trova per ripristinare garrocci e carrelli per mezzo di viti segate, fettucce e cordini nulla hanno da invidiare ai mezzi di fortuna con cui l’equipaggio dell’Apollo 13 si era costruito un filtro per l’aria che li salva dall’avvelenamento da anidride carbonica. Certo, qui non c’è in gioco la vita, ma solo la possibilità di compiere a vela il balzo alle Cicladi, visto che troppo a sud non vogliamo scadere e quindi sarà tutto di bolina stretta, impensabile col solo fiocco. All’indomani salpiamo ancora prima del solito, sperando di evitare il vento forte all’uscita, ma non c’è niente da fare. Il vento, chiaramente, abita qui. Aspettiamo di essere fuori dalle raffiche per issare la randa, ridotta al minimo, che sembra stare insieme per scomessa. Puntiamo tutto e vinciamo. Sul filo di lana, dopo 40 miglia con vento prima variabile poi sempre più intenso, in mezzo al canale, come previsto, e sempre più contro. Le riparazioni fatte saltano una ad una, le parti “sane” sottoposte a sforzo eccessivo cominciano a cedere. Arriviamo sotto Mikonos con la randa che sta su con 3 soli garrocci mal messi. Tanto per non farci mancare niente, a ridosso dell’isola il vento accelera a dismisura, rendendo l’ingresso in baia difficile persino a motore. Diamo fondo davanti ad una spiaggia affollata, mentre l’ululato del vento si confonde con il rombo delle moto d’acqua che “infestano” la baia. Non volevamo venire a Mikonos, ma con la randa di fortuna non è stato possibile risalire di più ed è già andata bene così. Dunque non ci lamentiamo (non ad alta voce, comunque). Dopotutto, a parte l’ansia per la tenuta della vela, le ultime venti miglia sono state una bella cavalcata sulle onde che mi sono goduta in pieno.
Per il resto ho imparato che con una cimetta e un paio di viti si può fare di tutto. “Houston stiamo galeggiando, Andromeda è al sicuro, passo e chiudo”.

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