Caos a Kos

L’altra faccia della medaglia. Dobbiamo tornare a Kos per l’arrivo di Paola entro martedì, ma le previsioni danno vento molto forte per domenica e lunedì, quindi ragioniamo che sarà meglio arrivare prima, sia perché spesso il vento anticipa, sia per il timore di non trovare posto nella banchina gratuita che conosciamo. Mai lungimiranza fu più premiata. Venerdì mattina alle 11 entriamo già in porto a Kos e l’area dove intendevamo metterci è stata requisita per una manifestazione di fuoribordo che durerà tre giorni. Poco male, ci infiliamo nella zona a pagamento, che ha ancora diversi posti liberi. Non per molto, però. Un’ora dopo cominciano ad arrivare barche una dietro l’altra, il porto si riempie, non c’è più un buco a pagarlo oro e si scatena la bagarre. Tra noi e il motoscafo a fianco c’è un po’ di spazio, sufficiente forse per un piccolo monoscafo, ma ogni barca che si avvicina lo adocchia e pretende di infilarcisi. Io sono a poppa che leggo, mentre Claudio è in giro, quando una coppia che passeggia in banchina mi avvisa che un monoscafo sta cercando di entrare tra noi e la barca accanto. Corro a prua, valuto le misure e gli faccio segno che non se ne parla. Se ne rendono conto anche loro e se ne vanno. Onde evitare il ripetersi della cosa, appena rientra Claudio tiriamo una cima trasversalmente tra noi e il vicino per indicare chiaramente che non si passa. Nonostante ciò, poco dopo sopraggiunge un cabinato largo il doppio e l’arrogante skipper francese insiste per provare a prendere il posto. Larghezza a parte, la manovra sarebbe molto rischiosa perchè il vento spinge lateralmente rendendo il tutto molto complicato. Dopo un lungo battibecco se ne vanno accusandoci di scarsa solidarietà tra navigatori. Passiamo buona parte del pomeriggio ad osservare il via vai di scafi che girano disperatamente per trovare un buco in cui ormeggiare. Qualcuno si è messo su un moletto di fronte, in quella che ci sembra un’ottima sistemazione e quasi ci dispiace non averci pensato noi. Invece poco dopo si scopre che lì sono alla mercé di tutti i caicchi pieni di turisti che ritornano in porto e gli buttano l’ancora a poca distanza, finendo in un caso sopra alla loro. Riescono a liberarla per pura fortuna, come ci racconteranno più tardi, quando li incontreremo al pontile tra il porto e il marina, dove di solito andiamo a fare il bagno. Succede così: siamo lì che osserviamo l’arrivo di tutte le barche che non hanno trovato riparo né in porto né in marina e ripiegano sul pontile, quando Claudio si avvicina per aiutare uno scafo italiano ad ormeggiare e scopre, con grande sorpresa, che a bordo c’è un suo vecchio compagno di navigazione ai Caraibi. Salta poi fuori che erano loro la prima barca che aveva tentato di ormeggiarci a fianco ed io avevo mandato via! Non ce ne vogliono, loro hanno capito, non come il francese che adesso gli è di fianco e che, per fortuna, non ci riconosce. Il fermento continua fino a sera, con il pontile che si riempie e non ci perdiamo la scena di “pirateria” quando altri italiani si vedono scippare il posto da una barca turca mentre hanno già dato fondo e manovrano in retro per accostarsi al molo. Equipaggio davvero sfortunato: quella mattina avevano lasciato il porto per un giretto giornaliero, avendo già prenotato e pagato il posto per la sera, ma al rientro hanno trovato tutto pieno e, senza essere rimborsati, hanno dovuto ripiegare sul pontile.
Adesso ce ne stiamo qui con la poppa che si affaccia sulla frequentatissima passeggiata che porta dai traghetti al centro. Tutti ci guardano dentro, sembra di stare in vetrina. Il ventaccio previsto è arrivato. Nella notte ha fatto cadere e sparire la passerella (non si capisce come, era legata) che Claudio è stato costretto a ripescare con immersione mattutina nell’acqua torbida del porto. Approfittiamo dei giorni di sosta per pulire, fare manutenzione, cercare pezzi di ricambio, scrivere. Qualche lunga passeggiata o nuotata. Ogni tanto la vita del porto ci intrattiene con scene che ci auguriamo non ci vedano mai come protagonisti. Un grosso cabinato tirando su l’ancora aggancia quella di un caicco lì vicino e la tira su. Complicate manovre per sciogliere il tutto, il caicco ridà fondo e poco dopo un’altro barcone gliela risolleva. Così ogni volta che qualcuno vicino salpa ci sono cinque minuti di suspence nel timore che prima o poi possa toccare alla nostra ancora.
Finora ci è andata bene e domani è un altro giorno.

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