Alla stazione

Le stazioni ferroviarie sono uno posto speciale, più che uno spazio fisico, direi quasi un luogo della mente, con un potere particolare. Non esiste altro posto, nelle città degli umani, che mi faccia capire così bene di essere una mera, piccola e insignificante particella tra miliardi di altre uguali, permettendomi però allo stesso tempo di sentirmi unica e irripetibile.
Qualunque stazione, anche quella della mia città o comunque conosciuta, mi costringe sempre a guardarla con l’occhio dello straniero, di quello che ci arriva per la prima volta, se non addirittura dell’alieno essere da altri mondi.
Ferma al semaforo in mezzo ad un nutrito capannello di persone, scruto i dintorni come se stessi guardando i monitor di una telecamera di sorveglianza. Mi sento “altra”, scolleggata, fuori da loro, le guardo vivere in un mondo a cui mi illudo di non appartenere. Questi esseri strani con un’appendice a rotelle che li segue, sballonzola sui sanpietrini, si inceppa al gradino del marciapiede, evita per un pelo di essere travolta da una bicicletta. Qualcuno freme, scruta il flusso ininterrotto di auto che scorre tra le due sponde pedonali, sperando di individuare un attimo di tranquillità in cui rischiare e gettarsi, prima che arrivi il verde a dargliene la possibilità. Perderà il treno? Chissà. In diversi se ne stanno nascosti dietro a un i-Pod, incredibile come un paio di cuffiette e della musica a tutto volume possano darti l’illusione di diventare invisibile. Al verde i ritardatari si lanciano slalomando tra la folla che si incrocia nelle due direzioni, alcuni scontrandosi, altri dribblandosi, vite che si sfiorano rimbalzando senza conseguenze sui respingenti della fretta e dell’indifferenza, o ancora peggio della paura. Ogni tanto però qualcuno rimane impigliato: una richiesta di informazioni, un sorriso o una cortesia inaspettata, un’offerta di aiuto. La signora un po’ anziana non sa come pagare al distributore automatico, la fila dietro si fa impaziente, un giovanotto dall’aspetto poco raccomandabile le spiega come funziona, poi lo fa per lei, prende i soldi li infila nella fessura, preleva il biglietto e il resto e glielo mette in mano, la fila riprende a scorrere e sono tutti più contenti.
L’atrio brulica di vita, gigantesco formicaio indaffarato. In una fantasia perversa all’improvviso esplode una bomba e mi figuro centinaia di formiche impazzite che cercano riparo, correndo in tutte le direzioni, in preda al panico. Per me solo un esercizio dell’immaginazione, per alcuni, purtroppo, un ricordo doloroso. Ma a questo pensiero, di colpo, divento una delle formiche e mi sento osservata a mia volta da uno dei tanti estranei che entrano e escono dalla stazione. L’effetto è destabilizzante. Per un attimo mi immobilizza. Cavia sotto osservazione. In un esperimento di chi e con quali finalità?
Alla stazione dei treni per fortuna arrivano e partono i treni. Un altoparlante mi scuote dall’ipnosi in cui fissavo assente i led gialli del tabellone delle partenze. Ora devo correre. Giù per le scale, lungo il sottopossaggio, slalomando tra i consimili con appendice, io la mia la porto in spalla, su per le scale, ecco il binario. Salgo trafelata, libera da pensieri estranianti. Smetto di fare la cavia, almeno fino alla prossima attesa in una stazione.

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