TRE PICCOLE ESPLORATRICI

Crepuscolo a Fraser Island

Crepuscolo a Fraser Island

Immaginate un giapponese in viaggio in Italia che arrivi fino a Mestre senza visitare Venezia. INCONCEPIBILE! Esattamente come essere arrivata via mare in Australia, a Bundaberg, proprio davanti a FRASER ISLAND, e non averci ancora messo piede. Eppure, a poco meno di due mesi dal mio arrivo, la situazione e’ proprio questa! Dichiarata patrimonio dell’Umanita’ dall’UNESCO nel 1992, con i suoi 123 km di lughezza, Fraser Island e’ l’isola di sabbia piu’ grande del mondo e viene inclusa praticamente in ogni guida dell’Australia come uno dei punti DA VISITARE. Quando ormai anche l’ultima possibilita’ di arrivarci con il catamarano sembra svanire, Silvia ed io decidiamo che vale la pena di intaccare il nostro pur ristretto budget per andarci con un giro organizzato. Magicamente, invece, a decisione gia’ presa, il vento gira a nostro favore, letteralmente, e ci consente di raggiungere l’isola con l’Andromeda in una giornata di navigazione prima di riportare a terra Rosetta e Paola, ormai prossime al rientro in Italia. Gettiamo l’ancora vicino a Moon Point, la punta meridionale di Platypus Bay, sulla costa occidentale. Ci facciamo subito affascinare dall’aspetto immacolato e selvaggio del luogo, anche se il fatto di essere l’unica imbarcazione all’ancora un po’ ci impensierisce, come al solito, perche’ ci viene il dubbio che, per qualche motivo a noi sconosciuto, non sia un buon posto per passare la notte. Nonostante cio’, anche se e’ già pomeriggio inoltrato, scendiamo a terra con il battellino per una prima, rapida perlustrazione. Per tagliare via la punta di costa che ci copre la vista della baia ci inoltriamo lungo una spianata interna, chiaramente lasciata asciutta dalla marea, in mezzo all’ormai consueto paesaggio “intramareale” (si dira’ cosi’? non saprei come altro definirlo), tra mangrovie e sabbia bagnata decorata dalle migliaia di palline formate da minuscoli granchietti colorati che scavano ciascuno il proprio buco. Arrivati dall’altra parte, ci accoglie lo spettacolo dell’immensa spiaggia BIANCA costellata da tronchi BIANCHI ritorti, che sembra andare avanti all’infinito. Tutto senza traccia di passaggio umano. Centinaia di conchiglie BIANCHE dalle piu’ svariate forme punteggiano la linea di alta marea, facendo intuire di cosa sia fatta tutta quella finissima sabbia su cui camminiamo, quasi increduli per l’insapettata verginita’ del paesaggio in una meta cosi’ dichiaratamente turistica. L’imbrunire ci costringe ad un rapido rientro. Qui il sole cala in fretta: un attimo prima e’ ancora li’ che sembra bello alto e in men che non si dica sparisce. Al crepuscolo si intensificano i tremendi moscerini della sabbia, ben piu’ voraci e molesti di ogni zanzara, come scopriremo presto a nostre spese. Il giorno dopo si parte presto per un’esplorazione piu’ accurata. Obiettivo: scoprire dove sia l’attracco dei traghetti che, secondo tutte le fonti, portano i fuoristrada sull’isola (e’ l’unico mezzo per girarla all’interno) proprio in vicinanza di Moon Point, da cui partirebbe anche un sentiero che va verso uno dei tanti laghi interni. Dopo 20 minuti di battellino e altrettanti a piedi, di attracchi neanche l’ombra. Finalmente scopriamo dei cartelli che segnalano l’ingresso del parco e il sentiero, con EVIDENTI TRACCE di 4×4 che partono dal nulla! E’ evidente che il traghetto sia uno di quelli che atterrano direttamente con lo scafo sulla spiaggia, come ne abbiamo gia’ visti a Keppel Island. Il gruppo si divide: Paola, Silvia ed io decidiamo di esplorare l’interno, mentre Claudio riaccompagna Rosetta alla barca. Bastano pero’ poche centinaia di metri sul sentiero sabbioso che si inoltra nella foresta di Eucaliptus per farci cambiare idea: la sabbia infatti e’ coperta da impronte di DINGO, animale che sappiamo essere presente in gran numero sull’isola, anche con episodi, seppur rari, di aggressione di turisti. Ognuna di noi spera che almeno una delle altre abbia coraggio sufficiente per spronarla ad andare avanti, ma non c’e’ niente da fare. Proviamo a darci l’alibi che il sentiero e’ monotono, non si vede nulla e poi tanto gia’ sappiamo che in una giornata non e’ possibile fare andata e ritorno fino al lago… ma la cruda verita’ e’ che abbiamo PAURA di fare brutti incontri. Deja vu: mi ricorda il costante timore di incontrare orsi quando si camminava in ALASKA. Ho fatto quello e mi faccio spaventare dai DINGO… sara’ la vecchiaia?! Comunque le tre pavide piccole esploratrici decidono di dirottare sulla spiaggia, dove, per qualche motivo, ci sentiamo piu’ sicure, anche se le orme di dingo non diminuiscono e l’idea di una eventuale fuga in acqua e’ resa poco allettante dalla paura degli squali e delle meduse (ingiustificata in questa stagione). Ma perche’ fanno dei posti cosi’ belli se poi uno non se li puo’ godere in santa pace senza mille cautele?!!! Dovremmo essere stufe di interminabili camminate lungo immacolate spiagge di sabbia fine, ma l’isola ha indubbiamente un suo fascino selvaggio a cui e’ difficile resistere. Qualche delfino ci allieta ogni tanto la passeggiata nuotando vicinissimo alla riva, mentre centinaia di pesci argentati fanno ribollire interi tratti di mare saltando fuori con un buffe capriole, all’inseguimento di altrettanto numerosi, minuscoli pesci che – tanto per aggiungere un opportuno contrasto a tanta liricita’- mi fanno pensare ad una squisita frittura… Non incontriamo anima viva e neppure i motoscafi e i traghetti che vanno e vengono lungo la costa riescono a togliere l’impressione del posto totalmente selvaggio. Troviamo persino il coraggio di qualche bagnetto, sempre con assoluta circospezione. Quando pero’ il caldo, la sete, la stanchezza e soprattuto la fame cominciano a farsi sentire, ci mettiamo sulla strada del ritorno. La marea salente ha gia’ cancellato le nostre tracce e ci costringe a volte a scavalcare i tronchi caduti che all’andata avevamo aggirato. A questo punto ci assale un dubbio: in che condizioni saranno ora i piccoli guadi attraversati in mattinata senza problemi? Lo scopriamo presto, costrette ad immergerci fino alla vita per passare il primo che incontriamo. Ce la caviamo con poco fino a che non arriviamo alla spianata della sera prima, ora trasformata in un canale profondo ed ampio che taglia via, trasformandola in un’isola, la punta di terra dietro alla quale e’ ormeggiato l’Andromeda. Non sarebbe un problema farlo a nuoto, se non avessimo con noi zainetti, macchine fotografiche, cellulari e addirittura documenti! Facciamo un tentativo di trovare un tratto sufficientemente basso da guadare sulla punta di una banco di sabbia ancora lasciato scoperto dalla marea. Camminiamo con circospezione in pochi centimetri d’acqua, sempre con l’ansia di fare brutti incontri con qualche medusa o altro animale urticante, per non dire velenoso, nascosto sotto la sabbia. Di quando in quando il passo sprofonda come se si trattasse di sabbie mobili. Alla fine ci troviamo un po’ smarrite su questo piccolo isolotto in mezzo al mare, con il timore che la marea stia crescendo e ci tagli del tutto via dalla spiaggia, senza aver trovato un punto adatto per il guado! Ovviamente desistiamo e decidiamo di tornare a riva, aspettando che la marea cali, ammesso che stia effettivamente scendendo.
Dopo solo 10 minuti di attesa, pero’, la sete ed i pestiferi moschini ci convincono a tentare la sorte. Impacchetto tutte le cose che assolutamente non si possono bagnare dentro alla muta, che non ho usato, e, in qualita’ di nuotatrice piu’ esperta, tento la traversata a nuoto, tenendo lo zaino alto sopra la testa. C’e’ una forte corrente in uscita, ma il tratto e’ breve e ce la faccio senza bagnare nulla. Approdata fra le mangrovie dall’altro lato, mi godo la scena di Silvia e Paola che fanno lo stesso, portando lo zaino che poteva anche bagnarsi, per fortuna, perché lo vedo abbassarsi lentamente in acqua assieme alle due, che, in preda ad un attacco di risa, sembrano quasi non farcela. Invece alla fine tutto bene. Con tempismo perfetto Rosetta ci accoglie a bordo con uno dei suoi deliziosi pranzetti (GRAZIE!) che viene quanto mai apprezzato. Non avremo visto molto di FRASER ISLAND, ma quel poco di sicuro ce lo siamo goduto! Un po’ meno invece ci godiamo nei giorni successivi, tutti, chi piu’ chi meno, il prurito insopportabile delle punture di moschino che sembrano aumentare e peggiorare con il tempo, al punto che Paola deve correre in farmacia dove, guarda caso, c’e’ una coda di turisti nelle stesse condizioni!

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