LA TRAVERSATA

Dunque sono qui. Sono io, proprio io, su un coso galleggiante lontano da ogni terra emersa come non lo sono mai stata. Settecento miglia di sola acqua davanti a noi e un po’ piu’ di 100 alle spalle, quasi tutte percorse nel primo giorno di una navigazione. Claudio e’ un po’ insoddisfatto, meno di 100 miglia al giorno gli rovinano la media. Non sa ancora, il poveretto, che ci aspettano giorni in cui saremmo ben contenti di farne anche solo la meta’. Infatti, dopo un inizio che sembrava favorevole, al secondo giorno il vento comincia a fare i capricci. In questo periodo dovrebbe essere un aliseo costante, da sud-est, ottimo per spingerci sulla nostra rotta verso ovest con una confortevole andatura al giardinetto, poco stress sulle vele, massima resa. INVECE NO. Il vento cala fino a che il mare diventa un olio cosi’ incredibile che devo fotografarlo per crederci. Ogni tanto riprende, illudendoci, poi cambia direzione di continuo e aumenta solo per soffiarci contro, in una volubilita’ molto poco “oceanica”. Il secondo giorno, finito a mezzanotte il mio turno al timone, me ne vado a dormire contenta perche’ il vento e’ aumentato e si viaggia allegri anche solo con il fiocco. Ma riesco appena ad addormentarmi che la campana di bordo mi avvisa che devo alzarmi. E’ gia’ di nuovo il mio turno? Possibile? No, e’ Claudio che mi chiama perche’ il vento e’ girato da nord-ovest, rinforzando notevolmente, e anche il mare e’ cresciuto, non c’e’ speranza di mettersi contro a motore, ne’ avrebbe alcun senso stare a fare delle boline sofferte nella notte per non andare da nessuna parte, alla fine. Percio’ tiriamo giu’ tutte le vele e ci mettiamo alla “cappa secca”, cioe’ lasciamo che il mare e il vento ci sballottino dove e come vogliono, mentre ce ne stiamo rintanati al coperto in attesa dell’alba, continuando piu’ o meno i nostri turni di veglia. Forse dovrei aver paura, chissa’, a sentirmi cosi’ in balia degli elementi, ma proprio non ci riesco. Sara’ perche’ il comandante sembra cosi’ tranquillo? La notte passa in qualche modo e all’alba constatiamo con rammarico che siamo scarrocciati indietro di 7 miglia. La situazione, inoltre, non migliora di molto e si va via di boline assai poco redditizie in termini di miglia percorse. Nei giorni successivi si susseguono calme piatte intervallate da deboli rinforzi di vento. Claudio e’ visibilmente frustrato. Una traversata cosi’ brutta non l’ha mai fatta. Mi guarda come a cercare comprensione, ma che conforto puo’ trovare in una che si sta godendo ogni momento? Le albe fantastiche, i tramonti, le notti di luna piu’ luminosa che il sole, i tuffi nei momenti di calma, con l’emozione di nuotare sopra a 3000 metri di acqua, le ore al timone quando finalmente si va a vela, le manovre per montare, unica volta, lo spinnaker e mille altre cose ancora. No che non posso capirlo. Siamo sue due mondi diversi: per lui questo e’ solo uno spostamento, quanto piu’ noioso e anche potenzialmente esposto a rischi, quanto piu’ si prolunga, per me e’ la ragione del viaggio, quello che stavo aspettando e quasi vorrei che non finisse mai, anche se non oso dirglielo! Quando poi, all’ennesima falsa speranza di una ripresa di vento, cominciamo a dover fare i conti con il gasolio a disposizione e con le scorte alimentari, comincio anch’io un poco a contare le ore per l’arrivo in Australia. Che non ci vuole, proprio non vuole farci arrivare. Ci respinge indietro proprio l’ultima notte, quando, ormai doppiato il primo faro, siamo a poco piu’ di 50 miglia dalla costa. Costretti dal forte vento contrario ad allungare la rotta verso nord-ovest, ci aspetta un giorno interminabile di salti sulle onde che sommergono a piu’ riprese la prua. Claudio non si stacca dal timone. Quando mi chiede di portargli il salvagente, comincio a chiedermi de devo preoccuparmi… La sera, finalmente, arriviamo a ridosso della costa e ancoriamo di fronte a una spiaggia, lontana ancora mezza giornata di viaggio dalla nostra destinazione. Siamo stravolti, 24 ore senza quasi dormire e mangiucchiando qualcosa al volo, ma almeno stanotte sara’ un sonno tutto di filato, dopo 11 notti di turni! Il giorno dopo, tra vela e motore, raggiungiamo l’agognata foce del Burnett River, in una delle cui anse si trova il nostro porto d’arrivo. Finalmente prendo il contatto radio con la dogana di Bundaberg (capire l’accento australiano e’ un’altra sfida!) per avvisare che stiamo arrivando e ricevere le indicazioni sulle procedura doganali. Non mi sembra vero! Risaliamo il fiume fino al molo di “quarantena” e alle 14.50 SPEGNAMO definitivamente il motore. Un’ora dopo, sbrigate le formalita’ doganali e superata l’accurata ispezione della barca, da cui viene rimosso qualunque oggetto di origine animale o vegetale, siamo ufficialmente e LEGALMENTE IN AUSTRALIA. Scendiamo per la prima volta a terra dopo 12 giorni. PECCATO. Nonostante tutto per me sono volati, ma non ditelo al comandante, per favore!

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