Cronaca di un grosso spavento

Scrivo tranquillamente da casa di mio fratello, su un comodo divano che mi tiene alzata la caviglia dolente e grossa sì come un melone, ma con tutta le osse a posto e i legamenti interi, seppure stiracchiati un po’ oltre il loro naturale limite; ho il mio portatile, la connessione WiFi, così posso anche lavorare (con calma!), fuori c’è il sole; cellulare, mail e FaceBook mi fanno arrivare l’affetto e le lavate di capo di quanti sono a conoscenza della mia piccola avventura. Mi sento MOLTO fortunata. Sento che la vita è bella, forse proprio perché ho appena sprecato un’altra delle sette che ho in dotazione (ma forse erano nove, no?).
In fondo, però, ho il sospetto che siano ben più di sette le volte in cui, in modo molto meno rocambolesco, ho sfiorato la tragedia. Anzi, penso di farlo quasi ogni giorno quando attraverso le pedonali di via della Barca facendo jogging! Solo che lì non me ne accorgo o, se lo faccio, dura un millesimo di secondo. Magari lo racconto anche a qualcuno: “oggi per poco non finivo sotto un autobus…”, ma finisce lì: nessuno mi telefona per dirmi che sono incosciente, non devo farmi venire a prendere da un’elicottero e non finisco nella cronaca locale (di Macerata, così mi dicono, ma come cavolo hanno fatto a saperlo?), e soprattutto non mi da molto da raccontare.

E invece ora, a grande richiesta, ecco la cronaca di un sabato un po’ movimentato. E’ assolutamente soggettiva e basata su ricordi che l’adrenalina potrebbe aver notevolmente alterato. Insomma, come sempre, le cose solo dal mio punto di vista, tanto nessuno può smentirle!

A Fanano da venerdì sera, il sabato mi alzo presto e non so cosa scegliere tra un giro in tavola e uno a piedi. Fuori è incredibilmente bello e freddo, ieri ho visto le montagne brillare come specchi sotto il sole, di sicuro c’è ghiaccio dappertutto. Perdo un po’ di tempo a sbrigare le pratiche per iscrivermi ad un corso di guida di sci alpino per non vedenti, così decido che è troppo tardi per andare sulle piste e opto per la camminata. Decido per il Libro Aperto, con qualche dubbio sulla fattibilità a causa ghiaccio. Però mi dico che con ramponi e picozza non dovrebbero esserci problemi e poi, se vedo che è troppo pericoloso, non faccio la salita finale, pazienza.
Mi sfiora un pensiero, che solo a posteriori posso intepretare come un presentimento: forse dovrei avvisare la padrona di casa della mia destinazione, o magari lasciare un biglietto a mio fratello che arriverà stasera? Sarebbe buona norma farlo, specialmente quando si va da soli. Sarebbe, ma non lo faccio neanche questa volta, pensando quasi che mi voglio portare sfortuna da sola. E vado. La strada per il Libro Aperto è interrotta, così dirotto per la Croce Arcana. Più facile, quasi banale, una passeggiata senza il benchè minimo impegno. Per questo, quando arrivo al punto di partenza del sentiero, il fatto di aver dimenticato a casa la picozza non mi fa tornare indietro. Lo VEDO che è tutto ghiacciato, sono CERTA che su in alto serviranno i ramponi, lo SO che l’equazione è ghiaccio= ramponi+picozza, ma non è la prima volta che faccio un’eccezione (sicuramente sarà l’ultima!) e mi incammino. Fino alla Croce tutto bene, non servono neppure i ramponi. Per proseguire allo Spigolino, fino al lago Scafaiolo, sono indispensabili. Li metto e comincio la salita. E’ uno spettacolo abbacinante, da mozzare il fiato. Il bianco assoluto delle montagne, la linea netta del crinale carico di neve che si snoda in curve morbide e sinuose, in contrasto con l’azzurro profondo del cielo. Tutto è immacolato. La neve è così dura che il vento riempie in pochi secondi le tenue tracce lasciate da chi mi ha preceduto. Qualche nuvola sparsa rende il tutto più affascinante e fotogenico. In lontananza il riflesso del sole sul mare ti dice che venire qui oggi era la cosa GIUSTA da fare. Cammino senza problemi sul facile sentiero di crinale, stando solo attenta a non avvicinarmi troppo al lato nord per evitare di camminare sulla cornice di neve che è spessissima. E’ un freddo POLARE. Nonostante il sole accecante il ghiaccio non accenna a mollare, neanche sulla parete sud. Arrivo allo Scaffaiolo in un batter d’occhio, quasi in estasi per lo spettacolo. Il rifugio è semi sommerso dalla neve. Dopo aver salutato Antonio, che lo gestisce, mi metto fuori, in un cantuccio al riparo dal vento, a sgranocchiare qualcosa e godermi sole e panorama. Poi mi rimetto in strada per il ritorno. Bello, bello, bello, non faccio che scattar foto. A chi mi ha chiesto, poi, cosa andavo cercando, dico che devi essere lassù per saperlo e che anche se non stavi cercando niente, in un giorno così, sul crinale innevato, lo trovi!

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Purtroppo però puoi trovare anche l’imprevisto. Un incidente BANALE, in un punto quasi pianeggiante, ormai già quasi arrivata di nuovo alla Croce. Inciampo? scivolo? mi va giù male il piede? non so. Non ricordo. Ricordo solo che all’improvviso sto scivolando a velocità crescente lungo il fianco sud della montagna coperto da ghiaccio come VETRO. Non c’è verso di fermarmi. Il primo, unico, costante pensiero: cerca di tenere su i piedi, perché se a questa velocità i ramponi toccano terra, è la fine. Intanto però cerchi anche di fermarti. Provi a scalfire il ghiaccio con il bastoncino, ma non serve, anzi, ti fa ribaltare a testa in giù, adesso non vedi neanche dove stai andando, ti aspetti di sentire all’improvviso un impatto con qualcosa di duro, ti sembra di ricordare che ci fosse una staccionata con il filo spinato, poi ti consoli che forse è sepolta dalla neve, riesci a girarati di nuovo, sempre mentre scivoli, poi un ulteriore tentativo di frenare ti fa girare sulla pancia, pensi che quasi quasi sia meglio, così tieni le gambe piegate indietro e non rischi di piantare i ramponi, rompendoti legamenti e magari cominciando a rotolare invece di scivolare. Però anche in questa posizione non vedi dove stai andando. Intanto URLI. Per tutto il tempo, ininterrotamente la tua stessa voce fa da colonna sonora all’incubo che sembra interminabile. “Mi fermerò prima o poi” pensi, ma COME, DOVE e sprattutto, CONTRO COSA? Contro niente, per fortuna. Mi fermo in un piccolo avvallamento subito prima di una brusca curva e un restringimento del canalino. Cosa ci sia dopo non so. Io sono qui, VIVA, più o meno intera e in grado di intedere e di volere (o quasi). Quanto tempo è durato? Non lo so. Un’eternità, in tempo relativo, forse mezzo minuto o in minuto in tempo reale? Difficile da dire. Un tempo sufficiente per pensare a un milione di cose contemporaneamente.
Appena ho ripreso fiato e constatato che posso muovere tutti gli arti, anche se dolenti, controllo il cellulare: c’è campo! Bene posso chiamare i soccorsi se c’è bisogno. E mi tranquillizzo. Piano piano provo ad alzarmi, ma la gamba sinistra non regge più di tanto. Il pensiero di risalire su quel pendio gelato, con i ramponi che a malapena lo scalfiscono e senza la forza di conficcarli bene, mi impensierisce. La possibilità di riprendere a scivolare è troppo grande. Ci penso un po’ e poi chiamo il 118. Dopo non molto arrivano i primi soccorrittori, con gli sci. Ritengono troppo rischioso provare a portarmi su per la parete gelata e scendendo si finisce nel bosco, così, dopo colloqui vari con il 118, si decide per l’elicottero. Quindi mi faccio anche quest’esperienza! Non so cosa penso mentre mi tirano su imbragata alla fune e abbracciata al medico di soccorso. Incappucciata come sono, nella posizione in cui mi trovo, non riuscirei a godermi il paesaggio neanche volendo.
Appena arrivo a bordo l’unico pensiero che ho è arrivare in un posto caldo. Sto tremando. Ho cominciato a tremare poco dopo l’arrivo dei soccorritori e non ho più smesso fino a due ore dopo l’accettazione al pronto soccorso, ma ora so che NON era per il freddo! Nella lunga attesa al pronto soccorso congestionato dell’ospedale di Pistoia, si susseguono mille domande: e se non avesse funzionato il telefono? e se avessi perso i sensi? e se fosse sopraggiunta la notte? e se avessi sbattuto la testa? E se avessi avuto la picozza? E se non fossi stata sola? E se non fossi io e non avessi la testa che ho e non facessi le cose che faccio e non pensassi le cose che penso????!!! E’ andata così. Punto e basta. E’ stato solo un brutto spavento e UNA GRANDE FORTUNA!

Ma la vera paura cominicia il GIORNO DOPO: affrontare gli insondabili meandri del nostro sistema sanitario nazionale, per il quale una richiesta di ecografia URGENTE è un paradosso in termini perché l’ecografia, per se, non è considerata un accertamento urgente. Così devo aspettare tre giorni (perché ho pagato, altrimenti sarebbe stato di più!) per capire se ho un legamento rotto oppure no (per fortuna no!). Ma questa è un’altra storia, molto più brutta e spaventosa e soprattutto meno interessante!

Un abbraccio a tutti. Almeno sapete che per un mesetto me ne starò tranquilla!
(sigh, stavo già pensando di ricomprare la canoa e rimettermi in fiume con il disgelo!)

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