Cronache Capovolte VI

Prima di iniziare con le cronache, ringrazio i numerosi di voi che hanno espresso sincera partecipazione (o preoccupazione!) alla mie avventure di piccola esploratrice allo sbaraglio. Ho come il sospetto che per il compleanno rischio di ricevere in regalo una collezione di bussole. Perio’ astenetevi, non sareste orginali e magari nel frattempo mi saro’ comprata un GPS!

VENTO

Lo so, ve l’ho gia’ raccontato, ma non mi stanco di farlo, così come lui non si stanca di soffiare, in questa parte del mondo. In Alsaka c’erano gli orsi e gli insetti a ricordarti che non eri morta e finita in paradiso, qui c’e’ il VENTO (e per questo non ci sono gli insetti, mi dicono. Gli orsi, non saprei, forse non gli piace avere sempre il pelo arruffato?). Pensavo di aver gia’ sperimentato tutta la sua forza e insistenza lo scorso anno al Cerro Torre o una settimana fa nella Tierra del Fuego, finche’ non sono arrivata a Torres del Paine, nella Patagonia cilena, la madre di tutti i venti, l’antro stesso di Eolo. Se volete fare indigestione di vento e’ qui che dovete venire. Lo sai ancora prima di arrivare; lo leggi nella guida; te lo dicono quelli che sono appena tornati; ne senti tanto parlare che quasi ti immagini di esserti gia’ abituata, ma non e’ così. Il vento qui a volte soffia, ma per lo più COLPISCE, spinge, strattona, martella, rimbomba, assordandoti. Cammini e non sai se quello che senti e’ il rumore di un torrente impetuoso che scorre nella gola sottostante oppure il vento. Probabilmente sono entrambi, ma il primo e’ coperto dal frastuono del vento tra le fronde. Sei di fronte ad una vista spettacolare: boschi che si affacciano su laghi glaciali immensi; ghiacciai di colore azzurro intenso che vanno snocciolando in acqua piccole montagne di ghiaccio galleggiante (che suona piu’ pittoresco di “iceberg”, no?), oppure ti trovi davanti a pareti verticali di roccia che si ergono maestose dal niente, imponendosi all’ammirazione anche del meno impressionabile dei visitatori, insomma, arrivi in posti dove ti fermeresti per ore a bere con gli occhi tutta la bellezza di cui e’ capace la natura, ma non resisti piu’ di tanto e ben presto ti infili di nuovo nel sentiero, cercando il seppur scarso riparo che il bosco puo’ offrirti. E il bello e’ che io non sono neppure stata nella parte piu’ esposta del parco! Montare la tenda da sola a volte e’ un’acrobazia a cui mi abituo in fretta. La sera cucino qualcosa sul precario fornellino, accovacciata in un angolo dell’affollato riparo di cui quasi tutte le aree autorizzate per il campeggio sono opportunamente dotate. Poi mi infilo in tenda. E’ ancora presto e c’e’ luce fino a tardi. E’ vero che sono stanca per il lungo cammino, ma e’ soprattuto che ho voglia di CHIUDERE FUORI il vento. Cercando qualcosa nella mochila (zaino, scusate, mi e’ uscito così e, da brava mochilera, lo lascio) scopro che il lettore MP3 e’ miracolosamente sfuggito alla mia frenetica caccia al peso superfluo prima di iniziare il trekking. Felice per la scoperta, mi infilo le cuffiette e finlamente mi abbandono ad una colonna sonora diversa dal sibilo perpetuo del vento. Avvolta nel confrotevole abbraccio di un buon sacco a pelo caldo (anche troppo, c’e’ vento, ma non fa tanto freddo) ripercorro le immagini della giornata impresse nella memoria. Rivivo la gioia di scoprire una prospettiva differente dietro ad ogni curva del sentiero lungo il lago, o di vedere apparire nuovi scenari arrivando in cima ad ogni maledetta, faticosa salita. Sono fortunata, c’e’ il sole quasi tutto il tempo e per ora e’ piovuto solo di notte, a tenda gia’ montata. In certi momenti penso davvero che questo potrebbe essere il paradiso… se solo dio non si fosse dimenticato il ventilatore acceso sul massimo!

NEL TEMPIO

Scherzando ho tirato in ballo dio. Che non lo so se c’e’ o non c’e, ne’ voglio mettermi a disquisirne ora. Certo non penso sia un caso che alcuni concetti saltino fuori in situazioni come questa. Non e’ solo che hai tempo per pensare. Di quello ne hai a iosa durante i lunghi spostamenti in bus, ma non e’ la stessa cosa. Forse e’ che qui cammini portandoti in spalla per giorni l’enorme peso del minimo indispensabile per provvedere ai tui bisogni, concentrata solo nella fatica e nella bellezza dei posti, lontana da ogni pensiero accessorio. Come dire che, mentre eserciti a pieno tutta la fisicita’ del vivere, senti che la spiritualita’ ve prendendo il sopravvento. Poco prima di partire si parlava piu’ o meno di queste cose con mia cognata e lei mi ha detto qualcosa che sembrava avere questo senso: che prima o poi tutti andiamo trovando la nostra dimensione spirituale, ciascuno cercandola a nostro modo e trovandola in “posti” differenti e che forse questa e’ la ragione dell’attrattiva che certi luoghi o certe esperienze esercitano su di me. Non so bene se e’ davvero questo che intendesse, ma di certo e’ quello che mi sembra di sentire ora. Non sono religiosa, ma potrei dire che qua in mezzo mi sento come in un TEMPIO. Forse non a caso l’anno scorso parlavo del Fitz Roy come di una cattedrale e degli escursionisti come devoti. E’ questo che siamo? In adorazione, o in cerca di cosa veniamo? Come si puo’ non riflettere sul senso di tutte le cose di fronte allo spettacolo indescrivibile che le forze della natura mettono in scena tanto chiaramente in questi luoghi? Per anni ho pensato al mare o ai posti caldi, tropicali, come alla culla della vita. Pero’ e’ in angoli come questi che ti accorgi del suo fluire. La vedi che scorga dal ghiaccio, la vita. Ti scorre sotto agli occhi in forma di acqua che bevi. Vedi la MONTAGNA stessa che vive. Si trasforma in terra portata a valle dal ghiaccio e dall’acqua. Guardi dall’alto di una brulla parete scoscesa, solo pietra e sabbia, e vedi il nastro bianco che si precipita giu’ dal ghiacciaio, stretto e impetuoso prima, poi sempre piu’ largo e calmo, fino a perdersi nel lago, mentre intorno, gradualmente, il sedimento grigio si va coprendo di vegetazione sempre piu’ fitta. E’ tutto qui, sotto ai tuoi occhi. Nel giro di pochi chilometri vedi all’opera le forze che con il tempo hanno forgiato molti dei posti in cui viviamo. Qui davvero percepisci che LA TERRA e’ viva, si muove, si trasforma, palpita e non ti meravigli se a volte si da una scrollatina per togliersi di torno gli infestanti insetti umani che si ostinano ad infilarsi ed installarsi per ogni dove. E’ questo che siamo qui nel parco, tante piccole formichine che vanno su e giu’ per sentieri ben segnati, nell’illusione di stare vivendo un’avventura che non puo’ neanche lontanamente avvicinarsi a quella di chi, per primo, ha davvero esplorato questi posti e ne ha sfidato il vento. Beh, questa piccola formichina, sprovvista di bussola e senso dell’orientamento, gli e’ MOLTO GRATA, perche’ e’ un’illusione in cui sente proprio felice.

FUORI DAL TEMPIO

Qualcuno di voi mi ha chiesto quand’e’ che scrivo. La verita’ e’ che di solito lo faccio direttamente al computer, butto giu’ le idee piu’ o meno come mi vengono, non prendo appunti durante il viaggio (la mia moleskine e’ adibita ad usi piu’ prosaici, come annotare spese, indirizzi, orari di bus, non me ne vogliano Hemingway e Chatwin!). Pero’ questo l’ho scritto, pur sempre di getto, seduta davanti alla mia tenda con vista sul lago, in un raro momento di calma di vento (sì, e’ capitato e anche qui gia’ si parla di stagioni impazzite), dopo aver cenato, in attesa che tramontasse il sole. Sapevo che era un attimo non replicabile quando fossi stata seduta in un cyber cafe’ davanti ad un freddo monitor. La calma sembrava irreale, il mondo sembrava perfetto, uno dei miei brani preferiti suonava di sottofondo, davanti allo scenario ideale per il quale sempre lo avevo immaginato composto (The First of Fifth, dei Genesis, volevo allegare l’MP3 per i piu’ giovani che non lo conoscono, ma pesa troppo). Contrariamente ad altre occasioni, ero contenta di essere da sola, nell’egocentrica illusione che tutto quello fosse lì per me, in quel momento. Adesso sono in un ANGUSTO locutorio di Puerto Varas, amena localita’ turistica vicino Puerto Montt, a due ore circa di volo a nord del “Tempio” del Paine, in attesa di prendere il bis che mi portera’ di nuovo in Argentina, domani. L’adolescente nella postazione accanto a me e’ impegnato in un videogioco che gli fa scuotere il tavolo come un dannato, di sottofondo gracchia una non identificata musica rockeggiante locale. E’ facile trovare la pace in un tempio. Il difficile e’ riuscire a portarla fuori con se’!

<<Articolo precedente

Articolo successivo >>

Valid XHTML 1.0 Transitional

Annunci

Lascia una risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...