Finalmente in Patagonia

Questa volta e’ un po’ lungo. Magari stampatelo e leggetelo con calma, mentre organizzate il vostro prossimo viaggio: PER LA PATAGONIA!

FINALMENTE IL “VIAGGIO”

San Martin del los Andes mi delude subito. Troppo turistica, pulita, elveticamente ordinata, cosi’ poco “argentina”. Mi segno per una escursione organizzata, un po’ seccata, perche’ e’ abbastanza difficile fare le cose in proprio senza auto. Per fortuna in cima al Cerro Colorado incontro Ilona, ragazza tedesca che avevo gia’ conosciuto a Malargue. Insieme decidiamo di noleggiare una tenda e andarcene al parco nazionale di Lanin per un trekking di qualche giorno.
Quando arriviamo al parco scopriamo che il giro completo del lago che avevamo in programma non si puo’ fare, cosi’ ci scegliamo un campeggio fisso e optiamo per escursioni di un giorno. Arriviamo al lago Huechulafquen alle 6 del pomeriggio. Scegliamo uno dei due soli campeggi “organizzati”, perche’ noi non siamo molto attrezzate per il campeggio libero. In realta’ anche questo e’ poco piu’ di un campo, anche se ha docce, bagni, tavoli e gli immancabili punti griglia senza i quali gli argentini darebbero fuoco all’intero parco, pur di cucinare il loro asado. Il posto e’ enorme, le altre tende quansi non si vedono. Montiamo la nostra, dall’aspetto assolutamente poco “patagonico” e ci fiondiamo al lago. Sono le 7.30 della sera, fa ancora caldo, nonostante il venticello frizzante. L’acqua e’ gelida. Ilona e’ tedesca, io, per queste cose, pure. Facciamo il bagno in un acqua trasparente che non pare di lago. Poi restiamo a prendere il sole fino al tramonto, bello da non credere. Consumiamo la nostra parca cena in uno stato di trance, allibite per la bellezza del posto e la mitezza del clima. Accendiamo il nostro bel fuoco e ci attardiamo a contemplare il cielo fino a quando non compaiono le prime stelle. Stiamo fuori alle 11 di sera con appena una felpa. Ci guardiamo incredule. Non era questa la Patagonia che ci immaginavamo! Ilona sente la mancanza del suo ragazzo, io del compagno che non ho. Manca cosi’ poco per essere perfetto!

ASCENSIONE ALLA BASE DEL VULCANO LANIN

Detta cosi’ potrebbe sembrare un’impresa alpinistica, anzi andinistica, come giustamente si dice da queste parti. In realta’ e’ una lunga camminata di avvicinamento con uno strappo finale di neanche un’ora e niente piu’. Si arriva a poco piu’ di 1.600 metri di altezza e il perfetto cono bianco del Lanin con i suoi “solo” 3.700 e rotti rimane nascosto alla vista per la maggior parte del tempo. Quando ci arriviamo sotto e’ coperto di nubi e non si lascia guardare. Poco male. Il tragitto fin qui attraversa un bosco assolutamente INCREDIBILE. Per la scala di grandezza, come tutto, qui. Per gli “alerces” giganteschi ammantati di un barbiglia verde di licheni, per le spettacolari araucarie, che non mi stanco di ammirare, che si alternano a bianchi tronchi enormi caduti per ogni dove. Altri gia’ secchi si stagliano come in una foresta pietrificata, conferendo al tutto un aspetto assolutamente primordiale (e in effetti l’araucaria e’ uno degli alberi piu’antichi, se non il piu’ antico ancora presente oggigiorno). Sembra di stare in una racconto di Tolkien, in una favola, in un SOGNO. Dentro a questo sogno ora ci sono io e non ci posso credere. Certo mi mancano la famiglia e gli amici, ma e’ ben poco prezzo da pagare. Poi gia’ so che fra qualche giorno saro’ in un locutorio a raccontarvi tutto questo. Non per farvi invidia, come qualcuno mi scrive, ma per condividere. Perche’ vorrei che tutti quelli a cui voglio bene fossero qui a vedere tutto questo, insieme a coloro a cui so che piacerebbe altrettanto. Ma sono sicura che anche i piu’ pantofolai di voi non potrebbero resistere a tanta bellezza. Per dire che una cosa ti piace molto qui si dice “me incanta”. ME INCANTA. Non trovo altre parole.

BENVENUTE IN PATAGONIA

Sulla strada del ritorno ci sorprende il maltempo. Si e’ alzato un vento forte, foriero di tempesta. Prime gocce di pioggia. Arriviamo stanche per le nove ore di cammino, inclusi gli inevitabili 4 km di andata e ritorno dal campeggio, e guardiamo con terrore la nostra tenda, che sembra equipaggiata a reggere poco piu’ di una tempesta di starnuti, figurarsi il vento patagonico! Non piove forte ancora, ma le raffiche che arrivano a tratti gia’ fanno presagire il peggio. Ilona compra una bottiglia di vino allo spaccio del camping. Accendiamo il solito fuoco e ci sediamo a brindare alla vera Patagonia che ora ci da il benvenuto. Mentre aspettiamo che si aprano le cataratte del cielo e si compia il nostro destino, tra un sorso e l’altro, continuiamo a conversare nel solito miscuglio ispano-anglo-germanico, aspettando imbacuccate e incappucciate nelle giacche di gore-tex che si spenga l’ultima brace. Quando alziamo la testa non piove piu’ e in un fazzoletto di cielo si intravedono le prime stelle.

ACQUA E MATE

Dormiamo fino a tardi. Oggi si’, piove. Ci prendiamo un giorno di riposo, che alla fine si trasforma in una camminata di quasi sei ore, perche’ un’ora ci vuole solo per arrivare dal campeggio in qualunque posto. Camminiamo in silenzio sotto pioggia e vento sulla strada di nera sabbia vulcanica, sempre in vista del lago, da cui non riusciamo a distogliere lo sguardo. All’altro camping scopriamo con piacere che e’ troppo turistico per i nostri gusti e ci compiacciamo della nostra scelta. Incontriamo Ariel, simpatico porteño gia’ consociuto in bus, che ci fa da guida alla cascata. Ci fermiamo per un mate di rito. Da un pianoro esposto sotto pioggia e vento e’ bellissimo guardare il lago “charlando y tomando mate”. Anche un giorno cosi’ ci voleva per sentirsi bene. La sera, infreddolite e stanche, anche quella cosa oscena che qui chiamano pizza ha un sapore speciale.

IL GIORNO PERFETTO

E’ una mattina di freddo pungente. L’alito che fuma, le mani che ti chiedono i guanti che non hai. Ma c’e’ il sole e l’immancabile vento aiuta ad asciugare la tenda prima di smontare. Salutiamo il nostro camping e ci incamminiamo per l’ultima escursione. Per raggiungere l’altra sponda si attraversa una strettoia tra i due laghi. Arrivi alla spiaggia, sventoli una bandierina e qualcuno dall’altra parte viene a prenderti in un guscio di noce. Poche decine di metri e scendi sull’altra sponda, ti volti e…. resti senza fiato. La cima bianca del Lanin si staglia in tutto il suo splendore e il lago fa da specchio al suo cono perfetto. Non ci sono foto, cartoline, disegni, filmati, parole che possano catturare tutto questo. Restiamo abbacinate, quasi non riusciamo a camminare. Ogni scorcio dal sentiero che corre a mezzacosta lungo il lago ti fermeresti a fotografare, in preda alla maledizione della macchina digitale. Non incontriamo quasi nessuno, solo qualche sparuto indigeno mapuche che coltiva i campi o gestisce un camping “agreste”, in questa favola che non so raccontare. Mucche, cavalli, anatre e uccelli vari, cani, pecore, ruscelli, in mezzo a questo verde, sotto a questa luce, sopra a questa acqua, dentro a questa pace. Dopo due ore di cammino, gia’ quasi sopraffatte dallo spettacolo in cui siamo immerse, arriviamo ad una scogliera che scende al lago. C’e’ un vento freddo e non invita a bagnarsi, ma trovo una insenatura riparata e ci lasciamo tentare. Non c’e’ nessuno, ci togliamo tutto e entriamo in acqua, che e’ cosi’ limpida e pulita da potersi bere. Restiamo senza fiato e non solo per la temperatura! Guardiamo il vulcano bianco che si specchia nel lago, NUOTIAMO in mezzo all’immagine della cima innevata del Lanin. Nuotiamo e ridiamo, nuotiamo, ci guardiamo e ridiamo, in preda ad una euforia incontrollabile. Un’altra delle foto che non vedrete mai e’ quella della luce che brilla nei nostri occhi. A un momento cosi’ non manca NIENTE per essere perfetto.

COMMIATO

Torniamo in silenzio, perche’ lo spettacolo ci ha rubato le parole. E io per raccontarvelo posso solo rubarle a qualcuno che scriveva da una piccolo colle marchigiano, ma dentro, ora lo so, doveva avere la Patagonia, con i suoi interminati spazi, sovrumani silenzi, e profondissima quiete… e questa immensita’, in cui annego il pensier mio e il naufragar m’e’ dolce in questo mare…
Il bus che ci riporta in citta’ percorre tutta la strada intorno al lago, immenso, risplendente e che ora ha onde come il mare. Lo beviamo con gli occhi fino a farli lacrimare. Non me ne voglio andare di qui, penso. Invece parto. Non perche’ ho gia’ prenotato l’ostello o perche’ ho un appuntamento domani a Bariloche. Me ne vado perche’ ho voglia ancora di trovare altri posti da cui farmi sorprendere cosi’.

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